mercoledì 28 gennaio 2009

La forza che manca al mondo laico

Un Papa per salvare la nave alla deriva
di Emanuele Severino, Il Corriere della Sera
4 aprile 2005


C’è un motivo, in qualche modo emergente, per il quale l’uscita di scena di questo pontefice è un gravissimo danno per il mondo cattolico, anzi cristiano: questo Papa è stato capace di fare per le proprie convinzioni religiose quello che nel mondo laico a nessuno è riuscito rispetto alle proprie.

Innanzitutto egli ha lavorato in salita — mentre il mondo laico si trova davanti una strada in discesa.
Negli ultimi due secoli il mondo occidentale si è sempre più allontanato dal sacro. Chi, per celebrare questo pontificato, contesta questa affermazione, non si accorge di smentire uno dei tratti centrali della diagnosi che lo stesso Giovanni Paolo II ha fornito dell’Europa e dell’Occidente. A suo avviso, il nazismo e il comunismo — figli legittimi delle «filosofie del male »— hanno lasciato in eredità in Europa una «devastazione» morale e culturale così grave da richiedere da parte della Chiesa il più intenso impegno missionario.
Ma questo Papa ha lavorato in salita perché l’allontanamento del mondo occidentale da Dio non è semplicemente un cambiamento di costume o di gusto. Anche se si stenta a capirlo, la filosofia dell’ultimo secolo e mezzo è la punta d’acciaio che anima, dà forza, fa procedere il nostro tempo: essa mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile. Mostra che il sacro e il divino concepiti come dimensione eterna che domina il divenire e la storia sono impossibili.

Certo, queste sono affermazioni che il Papa non avrebbe mai accettato. Anzi, egli affermava il contrario. Sosteneva che il male del nostro tempo proviene da una filosofia che non può reggere il confronto con la filosofia della tradizione aristotelico- tomistica sul cui fondamento il cattolicesimo si erige. Ma egli affermava il contrario come uno che, in mezzo a un torrente in piena, sostenga che l’acqua va dalla valle al monte. E lo ha sostenuto nel modo più vigoroso, e anche ha agito nel modo più vigoroso perché l’acqua andasse verso il monte. Di qui la sua grandezza, e insieme la sua tragedia, che peraltro egli ha saputo imprigionare sotto la corazza della sua fede. Difficile avere più forza e coraggio nel tentare di salvare una nave che affonda.

Nel mondo laico, nel frattempo, non c’è stato e non c’è nulla di simile a questa forza e coraggio. Nessuno ha saputo fare per il tempo che viene quello che il Papa ha fatto per il tempo che se ne va. Gioca certo il vantaggio posseduto da un Papa carismatico che ha saputo sfruttare nel modo più efficace i mezzi di comunicazione di massa. Ma la disparità rimane, grave. Giacché il mondo laico ha l’enorme vantaggio di procedere nella direzione del torrente: da monte a valle. Solo che se ne è dimenticato.

Il mondo laico, ormai, si limita a galleggiare. Non vede più la potenza che all’inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del pendio. E’ divenuto a sua volta una fede che si oppone a quella religiosa; un dogma in cui si ripete che Dio è morto o si esibisce un sussiego dietro il quale non c’è alcuna profondità. Continuando a voltare le spalle all’essenza della filosofia, oltre a galleggiare, si taglia il ramo su cui si è seduti. Forse si intravede la tragedia che, a valle, aspetta il torrente, ma si evita di guardarla in faccia e di assumersi la responsabilità del tempo presente. Che porta lontano dalle sicurezze del passato, ma di cui non si sa comprendere il senso, le possibilità, l’esito.

venerdì 16 gennaio 2009

diritto alla vita

da Il diritto alla vita prima della nascita, di Romano Guardini
ed. Morcelliana, Brescia


Può dirsi essere umano il frutto che matura nel grembo materno? Che lo sia negli ultimi mesi del suo sviluppo è incontestabile, perché dire che lo diventa soltanto al momento in cui si stacca dal grembo materno sarebbe troppo ingenuo. La psicologia è in grado di avanzare, sulla strada dell’inconscio, persino nella vita psichica del nascituro, e la pedagogia parla di un’educazione prenatale. Ma il frutto è forse un essere umano fin dal primo momento del suo sviluppo? Oppure lo diventa in un momento qualsiasi, che va determinato con esattezza, tra il concepimento e la nascita, di modo che, riguardo al nostro problema, risulterebbe veramente importante determinare in modo esatto tale momento, onde poter effettuare l’intervento [abortivo] senza scrupoli morali? Si dice che nel primo periodo, ossia fino al centesimo giorno, l’embrione non sia ancora un vero e proprio essere autonomo, bensì una formazione del tutto appartenente all’organismo materno. Non appena si esamini senza pregiudizi questa dichiarazione, si vede subito che non è dettata necessariamente dall’oggetto medesimo, ma dall’esterno, da motivi che hanno a che fare con determinati interessi vitali. E si vede inoltre che si fonda su una concezione meccanicistica dell’essere vivente. Che cosa si obietterebbe se qualcuno asserisse che un certo vegetale c’è come tale soltanto quando si manifesta chiaramente il carattere di albero? O se qualcuno asserisse che un animale, il cui sviluppo avviene fuori dall’organismo materno, ad esempio un pesce, è questo pesce soltanto quando ha squame e pinne e quant’altro ancora appartiene alla sua forma caratteristica? Si risponderebbe che si tratta di un’assurdità. Poiché il modo di esistere del vivente proviene da un inizio semplice, ossia dalla divisione di una cellula o dall’unione di due, passa attraverso una serie di trasformazioni fino al pieno svolgimento morfologico, per giungere poi attraverso le varie forme della stabilizzazione e del decadimento fino alla morte. Questi singoli stadi però – e ciò è essenziale – non si susseguono l’uno dopo l’altro in una serie esteriore, ma formano un tutto, una forma [Gestalt] nel senso stretto del termine. Ciò che chiamiamo organismo, da questo punto di vista, ha due forme per manifestarsi. Una è sincronica, laddove le varie formazioni (a cominciare dalle molecole proteiche fino agli organi più complessi) si congiungono in una struttura complessiva, o, per meglio dire, ogni momento singolo si forma fin dall’inizio secondo la struttura complessiva: chiamiamo questa prima forma “forma strutturale” [Baugestalt]. Ma v’è anche l’altra forma, quella diacronica, laddove i vari stadi attraverso i quali è passato o deve ancora passare l’individuo (a cominciare dalla prima forma delle cellule originarie che si separano o delle cellule dei genitori che si uniscono, per passare per la piena maturità ed arrivare all’ultimo decadimento) portano a formare la struttura complessiva, o per meglio dire: ogni fase si coordina nel complessivo processo di sviluppo; chiamiamo questa seconda forma “forma in divenire” [Werdegestalt]. Questa forma in divenire è necessaria e caratteristica per l’essere vivente in questione, tanto quanto la forma strutturale, e non è possibile togliere né una fase a quella, né un membro a questa. Da parte loro entrambe le forme, quella strutturale e quella in divenire, si coappartengono, vale a dire rappresentano entrambe appunto l’organismo, la prima nello spazio, l’altra nel tempo. In entrambi i casi si tratta di un’unità indivisibile, poiché ogni elemento è determinato dal tutto e viceversa il tutto ha necessità di ogni elemento. “L’albero” è quella figura che ha la sua presenza nello spazio, disposta in radici, tronco, rami, fogliame – ma è pure quella serie di fasi che vanno attuandosi nella successione temporale di seme, embrione, pianticella, albero adulto pienamente sviluppato. L’albero, in ogni fase sempre identico a se stesso, si attua interamente soltanto nella serie completa fino all’ultimo morire della radice. Sostenere che l’essere da noi considerato incominci a esser se stesso solamente quando ha già percorso un certo numero di forme evolutive, sarebbe piatto meccanicismo, essendo posta in tal caso una somma di particelle in luogo di una totalità vivente. Chi in qualche modo ha compreso che cosa sia l’”organismo”, non può far a meno di dire che l’essere vivente in questione incomincia fin dalla divisione della prima cellula ovvero dall’unione delle due cellule dei procreatoriE ciò vale anche per l’uomo. La curva della sua forma in divenire inizia con l’unione delle cellule dei genitori, culmina nella perfezione morfologica e giunge alla morte. Egli dunque è già essere umano fin dal concepimento – come lo è ancora all’ultimo momento del morire. Non è logicamente possibile pensare altrimenti. Se poi si vorrà obiettare come i primi stadi dell’evoluzione possano comportare già l’importanza spirituale della dignità umana, si deve nuovamente rispondere: è materialismo porre un pensare secondo la quantità al posto di un pensare secondo la qualità. Poiché già le prime cellule possiedono infatti tutta la potenzialità strutturale della vita futura, esse contengono in potenza tutte le forme che si generano non solo durante lo sviluppo embrionale ma pure in quello che seguirà alla nascita, attraverso infanzia, età matura, decadimento. Affinché dalla quantità 2 risulti la quantità 5, bisogna aggiungervi la quantità 3, altrimenti rimane ancora 2. Ma affinché dal primo stadio dell’organismo si formino i seguenti stadi, non c’è bisogno di aggiunta alcuna, bensì di uno svolgimento; v’è già in potenza tutto ciò che verrà. Una concezione meccanicistica non può rendersi conto dell’essere vivente, poiché lo vede come giustapposizione esteriore, come macchina. Inoltre tale concezione comporta un grande pericolo rispetto alla comprensione del valore: quello di essere improntata dalla quantità, sia in quanto massa, sia in quanto somma degli elementi formativi in atto. Chi pensa in tal modo, vedrà tanto meno l’uomo nell’embrione, quanto minore sarà la grandezza e meno differenziata l’organizzazione del relativo stadio evolutivo; e quindi si sentirà sempre meno impedito a intervenire nella vita embrionale. Non dobbiamo inoltre dimenticare le altre conseguenze di una simile visione che, in termini generali, sostiene che l’essere-uomo non è un carattere essenziale, ma qualcosa che è dato in grado superiore o inferiore, e precisamente in quella misura in cui lo stadio di sviluppo preso in considerazione si avvicina all’optimum, alla situazione suprema di ricchezza formale e di energia vitale. Viene così manifestandosi una graduatoria, non solo nelle evoluzioni embrionali che siamo andati finora esaminando, ma anche in altri punti del complesso vitale. La distanza dal punto ottimo può essere proiettata all’indietro, in direzione del principio, con questa conclusione: quanto più lo stadio dell’evoluzione embrionale è primitivo, tanto meno umano è il prodotto. Si può però proiettarla anche in avanti, per concludere: quanto più lo stadio dell’evoluzione autonoma dista dal culmine già raggiunto, ossia quanto più l’individuo è vecchio, tanto meno è ancora uomo. La distanza dall’optimum può inoltre manifestarsi mediante tutte quelle menomazioni che si chiamano malattia, debolezza, sventura, e allora si conclude: quanto più un individuo è malato, debole, sventurato, tanto meno può pretendere al carattere di vero essere umano. Ma allora tutto dipende da come si fissa la scala esplicativa con cui ‘indicizzare’ l’eliminazione delle forme indebolite, non solo quelle embrionali, ma anche quelle postnatali. E si deve nuovamente ricordare che teoria e prassi del non lontano passato sono giunte a questa conclusione anche effettivamente e con piena coscienza, ammettendo lo spaventoso concetto di una “vita priva di valore vitale”. Prime vittime furono i malati mentali e gli idioti, sarebbero seguiti gli incurabili – e, infatti, molti di essi vennero uccisi – e i vecchi e gli inabili al lavoro avrebbero chiuso la serie. Ma a questo punto la sfera dell’esistenza degna dell’uomo era definitivamente abbandonata, poiché una tale mentalità è barbarie nuda e cruda. In verità concepimento e morte, ascesa e decadenza, infanzia e maturità, salute e malattia, appartengono a quel tutto che chiamiamo “uomo”. Sono elementi della totalità della sua esistenza [Gesamtdasein], che non è infatti soltanto natura, ma anche storia; che non possiede soltanto uno sviluppo, ma anche un destino; in cui si compiono non solo incremento e danneggiamento, ma anche conservazione e deperimento, vittoria e sconfitta, superamento ed espiazione. E la malattia sopportata con coraggio, la incapacità di rendimento dalla quale fioriscano bontà, saggezza, maturità sono assai più “valori vitali” di una salute che renda brutali e di una perizia tecnica che estrometta l’esistenza. Chi pensa in maniera conseguente non può non concludere che l’uomo è realmente un vero uomo fin dal primo momento del suo sviluppo, ossia dall’unione delle cellule dei genitori, cosicché tutti gli stadi del suo divenire sono soggetti alle norme che valgono per l’uomo. Sia lecito dirlo ancora più chiaramente: la maturità etica presente si rivela nel caso in cui qualcuno, spinto dal fatto che l’esteriore somiglianza dell’embrione con l’uomo diminuisce sempre più guardando all’indietro, o si senta indotto a non considerarlo come uomo, o invece protegga l’umanità ancora latente dell’embrione con vigilante coscienza. Al forte è affidato l’indifeso, e nel fatto che l’uno usa la sua superiorità per proteggere l’altro, sta la differenza tra forza e prepotenza [Gewalttätigkeit]. Questo prendersi cura, laddove si tratta della vita in divenire, assume uno speciale carattere decisivo per tutta la vita umana. Perciò ci si commuove sempre per il sacrificio che la vera madre compie a favore di questo compito. Lo stesso compito adempie il padre quando protegge la madre e il bambino che in lei si forma. E così pure fa il medico, che sa vedere l’essere umano laddove l’occhio inesperto non lo riconosce ancora, e si fa quasi suo procuratore contro tutte le considerazioni utilitaristiche che lo sollecitanoCon ciò è stato detto qualcosa che stabilisce il più profondo ethos del medico. Il maestro di pedagogia Hermann Nohl definì una volta l’educatore come quell’uomo che rappresenta il senso della gioventù di fronte alle pretese autoritarie della società – e quindi ovviamente anche di fronte ai suoi stessi impulsi istintivi. Per il medico si può dire qualcosa di simile: egli rappresenta il diritto dell’uomo malato di fronte alla brutalità dei sani. E così pure rappresenta il diritto dell’uomo in divenire di fronte all’egoismo degli adulti – anche all’egoismo che nasce in un caso di necessità. Qui occorre quell’incorruttibilità che riposa su una chiara visione dell’essenza dell’uomo e dell’incondizionata obbligazione di tutelarne la dignità. Il medico conosce più di ogni altro il dolore e i casi urgenti della vita. Sa pure che il dolore e i casi urgenti degli uomini sono d’altra natura di quelli degli animali, poiché l’uomo è una persona inalienabile nella sua dignità spirituale, insostituibile nella sua responsabilità eterna. Al medico è affidata la situazione di malattia e di incompiutezza del singolo, non solo come fenomeno psicofisico o come utente della pubblica assistenza, ma in quanto contenuto della persona, del suo essere e della sua conservazione. Perciò non deve mai fare come se la persona non fosse; è piuttosto obbligato a proteggerla nell’ambito della sua competenza, anche contro la pressione dei motivi in sé buoni ma che debbono rimanere subordinati a ragioni superiori, prima di tutto all’inviolabilità della persona.

mercoledì 14 gennaio 2009

la parola che amo

Dal libro La parola che amo - Conversazioni con...
di Cristina Uguccioni, Edizioni Paoline


Conversazione con il filosofo
Giovanni Reale


“Di queste cose vi ho parlato,
affinché in me abbiate pace.
Nel mondo avrete tribolazione;
ma abbiate coraggio:
io ho vinto il mondo”
(Gv 16,33)



Cristina Uguccioni: Il filosofo Giovanni Reale ha scelto un versetto del Vangelo secondo Giovanni che fa parte del cosiddetto “discorso di addio” di Gesù.

Giovanni Reale: Ho scelto questo passo perché è la descrizione della verità. Muoviamo da una constatazione: l’esistenza di ciascuna persona è attraversata dal dolore e segnata dalla morte. Questo genera due interrogativi: 1) perché? 2) come vivere questa realtà di dolore e morte? Sin dalle origini i filosofi si sono poste tali domande e hanno creduto che il logos, la ragione, fosse sufficiente a trovare una risposta.
Ma non è stato così. In questo versetto potentissimo è contenuta la vera, definitiva risposta. Gesù dichiara:”Siate coraggiosi perché IO ho vinto il mondo”. Lui, il Cristo, ha dato la risposta, lui è la risposta. Il modo in cui ha vinto il mondo è tutt’altro che facilmente comprensibile. Pochi filosofi lo hanno saputo cogliere in tutta la sua portata. Uno è Albert Camus, non credente, che ne L’uomo in rivolta ha scritto: “Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte. La sua soluzione è consistita innanzitutto nell'assumerli in sé, anche il Dio uomo soffre con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili perché è straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il “lemà sabactàni” e il dubbio tremendo dei Cristo in agonia. L’agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall’eterna speranza. Per essere uomo dio deve disperare”.
Camus ha scelto la strada della rivolta, vedendo in Sisifo (l’eroe mitologico che deve sospingere sulla montagna una pietra la quale, a poca distanza dalla cima rotola in basso costringendolo a ricominciare da capo, in eterno) il simbolo dell'assurdità dell'esistenza, della vanità di tutti gli sforzi umani. Una assurdità nella quale, secondo il filosofo francese, è possibile vivere. Ma è questo il vero assurdo!
A Camus è mancata la comprensione della seconda metà dell'esperienza di Cristo: la risurrezione. “Io”, dice Gesù“ho vinto il mondo soffrendo la sofferenza e la morte come te, uomo, ma sono risorto”. Nel mistero della Pasqua è contenuta la soluzione di tutti i drammi dell'esistenza. Sfido chiunque a trovarne un’altra. E aggiungo: Gesù è risorto con i segni della crocifissione; a Tommaso incredulo dice di toccare le piaghe. La sofferenza ha uno spessore ontologico talmente possente che Cristo la mantiene: significa che il dolore è inscritto nell'eterno. Nel libro Memoria e identità, Giovanni Paolo Il ha scritto “Il credente sa che nella presenza del male è sempre accompagnata la presenza del bene, della grazia. La passione di Cristo sulla croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza, l'ha trasformata dal di dentro. Ha introdotto nella storia umana, che è storia del peccato, una sofferenza senza colpa, affrontata unicamente per amore. E’ questa la sofferenza che apre la porta alla speranza della liberazione, dell'eliminazione definitiva di quel “pungiglione” che strazia. E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene. Ritengo magnifico questo brano, esso costituisce il cuore del messaggio che il Papa ha voluto consegnarci: “La sofferenza che brucia il male con la fiamma dell'amore”.
E dunque io ripeto a me stesso: “Quando ti trovi immerso nel dolore, ricordati che Lui, come te, ha sofferto. Quando sopraggiunge la morte, ricordati che anche Lui è morto. Ma ha vinto il mondo, è risorto, per amore ti ha spalancato le porte della vita eterna”.
È la risurrezione che dobbiamo accogliere per comprendere l'esistenza. E accoglierla è questione di fede.

Cristina Uguccioni: Se è questione di fede, è possibile proporre, e sul piano squisitamente razionale argomentazioni convincibili a chi si rifiuta di credere nella risurrezione di Cristo? E in tal caso, quali potrebbero essere?

Giovanni Reale: Rispondo, anzitutto, come ha risposto Gesù risorto ai discepoli di Emmaus: perché non credete ai profeti? Nel Vangelo secondo Luca si legge che Gesù, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (24,27). I profeti hanno visto Gesù, ciò che avrebbe vissuto e come lo avrebbe vissuto. In questo senso considero sconvolgente per l'esattezza della visione il capitolo 53 dei libro del profeta Isaia.
Seconda osservazione: i discepoli lo hanno visto risorto più volte, questo è un fatto.
Terza e ultima osservazione destinata agli amici ebrei: come mai dopo Cristo non avete più avuto profeti? Se dopo di lui non ve n'è stato più nessuno, significa che la profezia si è avverata
La fede è una scelta dell'uomo, ma non senza fondamento.

Cristina Uguccioni: Vi sono persone che si rammaricano di non avere il dono della fede, quaso rimproverassero a Dio di non averlo concesso. Può chiarire meglio in che senso la fede è scelta dell’uomo?

Giovanni Reale: Tutto ciò che siamo e dono di Dio, di conseguenza lo è anche la fede, ma è un dono del quale bisogna farsi degni. E quando affermo “farsi degni” intendo dire che bisogna diventare umili vincendo la superbia, quella che gli antichi greci definivano hybris: da sempre l'uomo vuole essere come Dio, essere lui a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, senza tollerare alcuna limitazione. Questo è il peccato che sta all’origine di tutti i nostri peccati. E la scelta non coincide di per sé con il dono che viene dato, ma con la coerenza della propria vita con il dono ricevuto.
Mi ha molto colpito un libro poco noto di sant’Agostino nel quale il filosofo spiega una grande verità alla quale oggi si presta scarsa attenzione. Traduco il suo ragionamento in termini moderni: se osservo le mie giornate, quante azioni compio per pura ragione e quante per fede? Quando prendo una medicina credo che contenga i principi attivi dichiarati sulla confezione, non la faccio esaminare in laboratorio. Quando mio padre e mia madre affermano di essere i miei genitori lo credo, non vado all’ospedale a leggere i documenti relativi alla mia nascita. Quando salgo sul tram credo che il conducente abbia superato gli esami per guidare il mezzo, non vado all'azienda dei trasporti a verificarlo. Nella quotidianità le azioni compiute per fede sono la maggioranza perché la fede è una componente dell'uomo assolutamente determinante. Il contenuto, l'oggetto creduto varia, può essere banale o decisivo per l’esistenza. Perciò affermo: quando tu, uomo, scopri che i profeti hanno descritto che sarebbe venuto Cristo e cosa avrebbe fatto e quando poi leggi che tutto ciò è accaduto e che i discepoli lo hanno visto risorto, ecco, allora la fede si rivela essere coerente. Però occorre piegare la propria hybris, avere l'umiltà di ammettere di non essere l’assoluto, ma di essere creature con un Padre. Dunque, la fede è un dono che implica una scelta di coerenza di vita con il dono.

Cristina Uguccioni: Gesù afferma “Abbiate pace in me”: che cosa significa, nella sua esistenza quotidiana, avere pace in lui?

Giovanni Reale: La pace, per me, è la pace spirituale che sgorga dal vivere gli eventi anche dolorosi della mia vita nella dimensione della croce e della risurrezione. È come se Gesù si rivolgesse a ciascuno di noi dicendo: tu avrai la croce, se la saprai portare come l’ho portata io, avrai pace. E dunque anch'io mi sono sempre ripetuto e mi permetto di dire anche a voi: “Se avrai la croce, e puoi star certo che nella vita ti toccherà, la potrai portare come Gesù o come il Cireneo, al quale è stata imposta”. Molte persone vivono la croce come imposizione, la rifiutano, vorrebbero scrollarsela di dosso, non sanno che essa resterà sulle spalle con tutto il suo peso. Dobbiamo smettere di portarla come il Cireneo, ma accettarla e capirla. Solo facendo in questo modo ci liberiamo da tutti i mali.

Cristina Uguccioni: La vittoria di Cristo sul mondo, che è vittoria sul male e passa attraverso la croce, oltre a renderci coraggiosi, desse essere motivo di gioia. Lei prova questo sentimento e come lo definirebbe?

Giovanni Reale: Lo provo, si. È una gioia trascendente, non banale, è la gioia di vivere della Verità e accogliere tutto ciò che accade in questa prospettiva. In fondo gli antichi, parzialmente, senza averlo dimostrato e senza fondamento teologico, lo avevano compreso: penso, ad esempio, al filosofo greco Posidonio che, colpito dalla malattia e dovendo comunque lavorare, diceva «Tanto non la spunti, dolore! Sei gravoso, sì, ma non ammetterò mai che sei un male ».
Quando scopri che Dio, per amore, è venuto a vivere come te, ha lavorato con mani d'uomo, si è fatto uno di noi fuorché nel peccato, è morto e risorto, come si fa a non essere persone di gioia? E a non esserlo anche nella sofferenza, nelle tribolazioni?

Cristina Uguccioni: Platone, in modo sorprendente, aveva già intuito il significato profondo e salvifico della rivelazione divina. Il filosofo greco, nel Fedone, scrive “Trattandosi di queste verità (le verità ultimative, nda) non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità, o scoprirla da se medesimi, oppure, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera affrontare il rischio della traversata del mare della vita”. E, profeticamente, aggiunge: “A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, cioè affidandosi a una divina rivelazione”.
Platone aveva compreso che la ragione umana non può essere altro che una zattera con la quale attraversare il mare della vita, e che solo una divina rivelazione costituirebbe un solido veicolo con il quale compiere la traversata. La scandalosa meraviglia e novità del Cristianesimo, ciò che lo distingue da tutte le altre religioni, è che questo veicolo sia un pezzo di legno, la croce quale Dio è venuto a farsi inchiodare.


Giovanni Reale: È proprio così. Sant'Agostino lo ha scritto in un passo che amo molto e ritengo straordinario per limpidezza e profondità: “Tu devi attraversare il mare e disprezzi la croce! O sapienza pietra di superbia! Tu irridi Cristo crocifisso, ma è proprio lui che hai visto da lontano: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio". Ma perché è stato crocifisso? Perché per te era necessario il legno della sua umiltà. Infatti, tu ti eri gonfiato di superbia ed eri stato gettato lontano dalla tua Patria. (…) Ingrato che sei, tu ti fai beffa di colui che è venuto a te, proprio per farti tornare a lui; lui stesso si è fatto via, una via attraverso il mare; perciò ha camminato sul mare per mostrarti che c'è una via attraverso il mare. Ma tu che non puoi camminare sul mare come ha fatto lui, lasciati portare da questa nave, lasciati portare dal legno della croce: credi nel crocifisso e potrai arrivare”. Ricordo che il mare implica la sofferenza e il male di questo mondo e l'uomo, se lasciato da solo, affonda in esso.
La croce di Cristo costituisce il simbolo emblematico della assoluta umiltà. Essa implica il totale rovesciamento della superbia umana, per questa ragione è tanto difficile da accettare.

Cristina Uguccioni: Per quanto esista una lunga tradizione filosofica cristiana, che ha rappresentanti quali sant'Agostino, san Tommaso e Pascal, solo per citarne alcuni, molti intellettuali del nostro tempo guardano con sufficienza, se non talvolta addirittura con disprezzo, i credenti ritenendoche abbiano abdicato all’uso della ragione o che si aggrappino a Dio per avere risposte che la loro intelligenza non riesce a elaborare.
Oltre all'eterna superbia della ragione che da sempre origina queste considerazioni, vi è qualcosa di più nella nostra epoca?


Giovanni Reale: Bisogna avere il coraggio di dire la verità: oggi esiste un’avversione ideologica e sistematica al cristianesimo. Si parla molto di integralismo ritenuto un fenomeno riguardante soltanto le religioni. In realtà, la nostra epoca è segnata da un integralismo laicistico, derivante dall’Illuminismo, che ha una forza potentissima. Sono d’accordo con quanto affermava Giovanni Paolo II: si tratta di un totalitarismo subdolo perché si nasconde sotto le apparenze del razionalismo e della democrazia.
Al solo sentir parlare di Dio, vi sono persone che vogliono chiuderci la bocca, impedire di argomentare pronunciando quel nome. Perché loro hanno il diritto di zittirci e noi non abbiamo quello di parlare di Dio? Non è un discorso teorico, penso anche a esperienze personali. Il mio libro Radici culturali e spirituali dell’Europa è stato tradotto in molti Paesi tra i quali la Germania. Ebbene, l’editore tedesco ha completamente eliminato il brano nel quale parlo del Preambolo della Costituzione Europea, criticando il fatto che non si menzionino le radici cristiane dell’Europa. L’editore ha tagliato quella parte senza comunicarmelo e senza domandarmi il permesso.

Cristina Uguccioni: Lei ha avuto modo di incontrare Giovanni Paolo II in diverse occasioni in quanto curatore della sua opera omnia. Quali ricordi conserva del Pontefice?

Giovanni Reale: Una sera fui invitato a cena da lui e rimasi molto colpito da una frase che pronunciò durante la nostra conversazione. Mi disse: “Le sono molto gratoperchè lai lascia cose grandi come i testi di Platone per occuparsi delle mie piccole”. Quando gli ho portato l’ultima sua opera, Il Trittico romano, mi ha detto la stessa cosa: “Professor Reale, grazie! Lei è il mio benefattore!”. Era un uomo grandissimo e, proprio perché grandissimo, aveva l’umiltà di Cristo.

Cristina Uguccioni: Qual è il concetto cardine del pensiero filosofico di Giovanni Paolo II che l’ha maggiormente colpita?

Giovanni Reale: Il concetto di uomo come persona espresso nel libro Persona e Atto. L’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio: questa affermazione spesso non è ben compresa, si pensa che la somiglianza tra noi e Dio sia l’intelligenza, la ragione. No, l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio che è uno e trino, l’uomo è immagine della Trinità e della sua dinamica che è l’Amore donativo tra il Padre e il Figlio. Il concetto di persona ha una struttura triangolare perché l’Io si struttura e si riconosce solo nel rapporto con il Tu, cioè con il Dio persona che ci ama e ci risponde, instaura un rapporto diretto con noi. Questo dialogo con Dio fonda da un lato la trascendenza della persona e il suo valore assoluto, dall’altro il rapporto che l’Io ha con altri Tu, ossia gli uomini.
La persona è tale se vive in communio, in unione con gli altri. Giovanni Paolo II, in Persona e Atto ha usato il termine solidarnosc e, sia detto per inciso, il famoso movimento polacco di Lech Walesa ha preso il nome proprio da questa espressione. Nei libri successivi ha preferito il termine communio, per indicare la partecipazione, la solidarietà, quale carattere fondamentale della persona. Se però si elimina DIo dal proprio orizzonte si finisce per smarrire tutti i valori che egli struttura, incluso quello di persona. E' ciò che sta accadendo nel nostro tempo. Chi utilizza la categoria di persona non avendo la fede parla semplicemente di individuo.

Cristina Uguccioni: Se osserviamo il dibattito bioetico in corso, ci accorgiamo che alla base delle differenti posizioni su temi quali aborto, eutanasia, procreazione assistita, vi è una diversa nozione di persona. Nella prospettiva cristiana, l'antropologia si fonda sulla teologia: è DIo che rende l'uomo persona e gli conferisce sacralità totale. A suo giudizio, chi non ha fede su cosa fonda la propria nozione di persona?

Giovanni Reale: Sull'individualismo, sul benessere o il piacere, e anche, occorre sottolinearlo, sull'accattivante imperativo della psicologia che recita: "Devi essere te stesso". Una collega americana, insegnante di filosofia morale, mi raccontava che, durante una lezione nella quale si parlava di matrimonio, una ragazza dichiarò di aver lasciato marito e figlio perchè "doveva essere se stessa" e discorsi sui doveri del matrimonio non voleva neppure stare a sentirli. A me, invece, è capitato di ascoltare una moglie che, dovendo accudire il marito colpito da una grave malattia, andava ripetendo: "non passerò il resto della vita a fargli da infermiera!"
Sono solo esempi, ma emblematici di questo "dover essere se stessi" predicato dalla psicologia. Cristo conosceva le nostre tentazioni, e infatti ha istituito il matrimonio come sacramento. L'unione sponsale, paradigma della relazione fra l'io e il tu, è un rapporto da costruirsi, anche nella sofferenza, con un amore donativo che va ricercato quotidianamente attingendo all'amore di DIo.


Cristina Uguccioni: Penso sia d'accordo con Giovanni Paolo II anche quando, nell'enciclica Fides e Ratio, sostiene che la fede è metaculturale: può essere accolta da qualsiasi cultura e proprio per questo non può essere incatenata da alcuna cultura.

Giovanni Reale: Certamente. La teologia, intesa come riflessione sistematica su Dio, è inevitabile, necessaria ma, attenzione, non sufficiente. Compiere questa riflessione utilizzando categorie proprie di una cultura, più che aumentare la fede, in un certo senso la può ridurre. Narro un episodio per spiegare la mia affermazione. Alcuni anni fa il Card. Carlo Maria Martini venne in visita pastorale a Luino, dove abito. Fui invitato a pranzo dal parroco, insieme a un gruppo di sacerdoti. Con il cardinale cominciai a discutere di talune forme di teologia e gli domandai se a suo giudizio fosse ancora opportuno parlare dell'Eucarestia nella sua forma classica di "transustanziazione" insieme alle categorie aristoteliche di sostanza e accidente che ciò comporta. VOlevo capire se per l'uomo di fede non fosse meglio attenersi al testo evangelico, conservando tutto il mistero dell'Eucarestia che diviene corpo di Cristo.
Mentre i sacerdoti mi guardavano sbigottiti per la domanda giudicata sconveniente, il cardinale rimase a lungo in silenzio. Poi mi disse: "Lei vuole sapere cosa penso del ricorso a concetti quali transustanziazione, e dell'utilizzo di categorie del pensiero greco, ossia proprie di una specifica cultura. Ebbene, vuole che io insegni al mio Signore come dovrebbe parlare? Io ripeto ciò che Lui ha detto: questo è il mio corpo dato per voi, fate questo in memoria di me". L'Eucarestia è memoria. E' come se Gesù dicesse: "Ciò che il sacerdote compie in questo momento ti dice ciò che io ho fatto per te, ti ho dato tutto". Resta mistero. Culturalizzare la Parola di Cristo è inevitabile se necessario, ma essa resta sempre oltre, non dobbiamo mai dimenticarlo.

Cristina Uguccioni: I fondamenti originari sui quali la civiltà occidentale si è costruita sono una creazione della cultura greca. Penso, ad esempio, alla forma mentis teoretica, al pensare dei concetti, da cui è sorta la filosofia e dalla quale sono scaturite le prime forme di scienza. VI sono però nozioni e valori della cultura greca che l'uomo contemporaneo ha perduto: quali, a suo giudizio, dovrebbe recuperare?

Giovanni Reale: Anzitutto il nucleo della dottrina socratica che si può sintetizzare in queste due affermazioni: "conoscere se stessi" e "avere cura di se stessi". Conoscere se stessi, per il filosofo, vuol dire esaminarsi interiormente e conoscere la propria anima; curare se stessi significa quindi, anzitutto, curare la propria anima.
L'uomo contemporaneo dovrebbe anche recuperare la nozione aristotelica di "giusta misura". Non c'è mai virtù quando vi è il troppo o il troppo poco. Questa medietà, si badi, non va confusa con la mediocrità, piuttosto ne è l'antitesi: il "giusto mezzo", nell'agire morale, si situa al di sopra degli estremi e rappresenta il loro superamento. Molti mali della vita odierna sono originati dalla incapacità di trovare la giusta misura. Pensiamo, ad esempio, al "troppo" che la tecnica ci permette e che noi accettiamo e desideriamo. Più in generale ritengo che si debba recuperare la capacità di "contemplare": in lingua greca si dice theorein, da cui il nostro "teoria". Per teoria oggi si intende qualcosa di astratto che non ha nulla a che vedere con la vita. Per il greco, invece, la theoria è contemplazione intesa non soltanto come atto del conoscere, ma anche come atteggiamento pratico-morale nei confronti della cosa conosciuta e più in generale e più in generale della realtà e della vita concreta. In altri termini: la contemplazione comporta sempre una compartecipazione alla cosa contemplata e un conseguente e coerente comportamento etico.
la theoria, per il greco, è partecipazione alla visione della verità per una vita autentica, non per nulla Aristotele afferma che la felicità è theorein.
Un pensatore ateo del nostro tempo, Eugène Ionesco, invitato a parlare all’inaugurazione di un Festival di Salisburgo, disse: "Le nozioni di amore e di contemplazione non sono più neanche nozioni diventate ridicole, sono completamente abbandonate. L'idea stessa di metafisica, quando non anima le collere, suscita sogghigni. (...) CI sono sorrisi di santi, di angeli e di arcangeli sui volti delle sculture che si trovano nelle cattedrali. Non sappiamo più guardarli. Gli uomini girano in tondo in quella loro gabbia che è il pianeta, perchè hanno dimenticato che si può guardare il cielo".
Questo è il punto: l'uomo sa ancora guardare il cielo? Quando, durante una lezione, ho letto questo passo di Ionesco, gli studenti, cinquecento studenti, hanno applaudito. Bisogna dirlo ai giovani che si può e si deve guardare il cielo!
Un giorno, sempre a lezione, spiegavo cosa sia la metafisica e la ragione per la quale non possiamo né sopprimerla né abbandonarla: perchè è bisogno primario dell'uomo radicato strutturalmente nella sua natura ricercare il principio primo, il fondamento delle cose. I bambini pongono quesiti metafisici: quando continuano a domandare "perchè?" e dopo ogni risposta della mamma la incalzano con un successivo "perchè?" non fanno altro che tentare di giungere al principio primo, all'arcè che ricercano i filosofi. AL termine della lezione una ragazza mi avvicinò dicendo che era rimasta molto colpita dalle mie parole. Con stupore, quasi con turbamento, mi raccontò che la sua sorellina di pochi anni un giorno le aveva chiesto: "Perchè ci sono le cose?" Pensai subito: quella bimba aveva espresso lo steso interrogativo formulato da Gottfried W. Leibniz e Martin Heidegger: "Perchè c'è l’essere e non il nulla?"
Poi, però, i bambini crescono e questa domanda radicale sull'essere, originata dalla meraviglia, dallo stupore di fronte all'esserci delle cose e di se stessi, viene soffocata, mercificata, annullata dalla nostra società.

Cristina Uguccioni: Platone ci ha consegnato la prima dimostrazione dell’esistenza di una realtà soprasensibile E trascendente, una conquista che ha influenzato tutto il pensiero successivo. Aristotele è andato oltre e ha delineato, con la ragione, le caratteristiche di questo Essere perfetto. Il messaggio cristiano, tuttavia, ha rappresentato una autentica rivoluzione schiudendo al pensiero umano orizzonti del tutto nuovi. Come illustrerebbe la portata di questa rivoluzione?

Giovanni Reale: All’incirca venti anni fa, il rettore dell’Università Cattolica mi convocò e mi disse che dovevo andare al carcere di San Vittore per fare l’esame di storia della filosofia antica a un detenuto che si era iscritto alla facoltà di filosofia.
Fra i temi dell’esame vi era uno dei testi più alti che sia mai stato scritto si Dio, il dodicesimo libero della Metafisica, nel quale Aristotele giunge a dimostrare l’esistenza della sostanza soprasensibile, ossia di Dio, e a tracciarne il profilo. Il detenuto si dimostrò molto preparato, rispose bene alle domande. Al termine del colloquio mi confidò: “Se Dio fosse questo non sarei salvo!” Perchè? Perché il Dio di Aristotele resta un essere perfettissimo che pensa solo ciò che è perfetto e non ha diretta comunicazione con l’uomo. L’uomo desidera Dio e vi tende, ma Egli non desidera in alcun modo ciò da cui è desiderato. È amato ma non ama, è un Dio distante che non si cura dell’uomo. Il Dio cristiano, “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” è il Dio che ama di amore donativo, non acquisitivo. Questa è la straordinaria rivoluzione portata dal cristianesimo: Dio è amore, è misericordia che si china sul cuore di ciascuno, tanto più quanto più è miserabile. Il filosofo Sioren Kirkegaard scriveva che: “Cristo non trovò mai un tetto tanto misero che gli impedisse di entrarvi con gioia, né mai un uomo tanto insignificante da non voler collocare la sua dimora nel suo cuore. (…) L’amore sta in rapporto inverso alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto. Se quindi io sono proprio una nullità – se nella mia miseria mi sento il più miserabile di tutti i miserabili – bene, è certo allora, eternamente certo che Dio mi ama”. Questo è il capovolgimento totale del pensiero greco per il quale, invece, l’amore è direttamente proporzionale al valore dell’oggetto amato.
Un esempio straordinario di amore misericordioso è quello incarnato da Madre Teresa di Calcutta. Per questo vorrei concludere con alcuni suoi versi che reputo profondamente cristiani e veritativi. Essi rivelano quale sia l’amore che costruisce, l’amore grandissimo che si china sul rudere. Mostrano Cristo che vive nel mondo di oggi:

“L’uomo è irragionevole,
illogico, egocentrico:
non importa, amalo.
Se fai il bene, diranno che lo fai
Per secondi fini egoistici:
non importa, fai il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi
Incontrerai chi ti ostacola:
non importa, realizzali.
Il bene che fai forse
Domani verrà dimenticato:
non importa, fa’ il bene.
L’onestà e la sincerità
Ti rendono vulnerabile:
non importa, sii onesto e sincero.
Quello che hai costruito
Può essere distrutto:
non importa, costruisci.
La gente che hai aiutato,
forse non te ne sarà grata:
non importa, aiutala.
Da’ al mondo il meglio di te
E forse sarai preso a pedate:
non importa, da’ il meglio di te”.

martedì 13 gennaio 2009

mistero del nome di Dio

"Quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico"
Giovanni Paolo II - Via Crucis del Venerdì Santo, 30 marzo 1986
www.nostreradici.it


Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: "Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno" (Jomà, VI,2).
Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti, dette "Tetragramma sacro", citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.).
Quando nella Bibbia l’ebreo di allora e di oggi trova quelle famose quattro lettere che cosa legge? La risposta ce la offrono quei rabbini noti come Masoreti ("i tradizionali"), ai quali dobbiamo la vocalizzazione del testo consonantico della Bibbia durante l’alto Medioevo. Essi posero sotto le quattro consonanti JHWH le vocali della parola Adonai, "Signore", che essi pronunciano al posto del tetragramma sacro.
Le vocali sono: e - o - a, e servivano a ricordare al lettore che, giunto a JHWH, doveva dire Adonai. Nel tardo Medioevo i cristiani non essendo più a conoscenza di questo meccanismo di sostituzione lessero le quattro lettere JHWH con le vocali e - o - a, creando così quello sgorbio che è Jehowah o Geova che è durato fino ai nostri giorni" (Mons. Gianfranco Ravasi "Jesus"6/1990).
Ancor più diffuso tutt’oggi tra i cristiani è purtroppo l’uso di "Jahwè" che non solo è offensivo per gli ebrei, ma è anche del tutto arbitrario, visto che non se ne conosce la pronuncia.
Il Catechismo degli Adulti della Conferenza Episcopale Italiana: "La Verità vi farà liberi" così si esprime circa il Nome di Dio: "La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo "Adonai", cioè "Signore" o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro".

domenica 11 gennaio 2009

40 anni di Cammino

Discorso di Benedetto XVI alle comunità neocatecumenali di Roma nel corso dell'incontro tenuto nella Basilica di San Pietro
Roma, 10 gennaio 2009

Cari fratelli e sorelle!


Con grande gioia vi accolgo quest’oggi così numerosi, in occasione del 40° anniversario dell’inizio del Cammino Neocatecumenale a Roma, che conta attualmente ben 500 comunità. A voi tutti il mio cordiale saluto. In special modo saluto il Cardinale Vicario, Agostino Vallini, come anche il Cardinale Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, che con dedizione vi ha seguiti nell’iter di approvazione dei vostri Statuti. Saluto i responsabili del Cammino Neocatecumenale: il Signor Kiko Argüello, che ringrazio cordialmente per le parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti voi, la Signora Carmen Hernández e Padre Mario Pezzi. Saluto le comunità che partono in missione verso le periferie più bisognose di Roma, quelle che vanno in “missio ad gentes” nei cinque continenti, le 200 nuove famiglie itineranti, e i 700 catechisti itineranti responsabili del Cammino Neocatecumenale nelle varie Nazioni.

Questo nostro incontro si svolge significativamente nella Basilica Vaticana costruita sul sepolcro dell’Apostolo Pietro. Fu proprio lui, il Principe degli Apostoli che, rispondendo alla domanda con cui Gesù interpellava i Dodici sulla sua identità, confessò con slancio: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Voi oggi siete qui riuniti per rinnovare questa stessa professione di fede. La vostra presenza, così folta ed animata, sta a testimoniare i prodigi operati dal Signore nei trascorsi 4 decenni; essa indica anche l’impegno con cui intendete proseguire il cammino iniziato, un cammino di fedele sequela di Cristo e di coraggiosa testimonianza del suo Vangelo, non solo qui a Roma ma dovunque la Provvidenza vi conduca; un cammino di docile adesione alle direttive dei Pastori e di comunione con tutte le altre componenti del Popolo di Dio. Voi questo intendete fare, ben consapevoli che aiutare gli uomini di questo nostro tempo ad incontrare Gesù Cristo, Redentore dell’uomo, costituisce la missione della Chiesa e di ogni battezzato. Il “Cammino neocatecumenale” si inserisce in questa missione ecclesiale come una delle tante vie suscitate dallo Spirito Santo con il Concilio Vaticano II per la nuova evangelizzazione.
Tutto ebbe inizio qui a Roma, quarant’anni or sono, quando nella Parrocchia dei Santi Martiri Canadesi si costituirono le prime comunità del Cammino neocatecumenale. Come non benedire il Signore per i frutti spirituali che, attraverso il metodo di evangelizzazione da voi attuato, si sono potuti raccogliere in questi anni? Quante fresche energie apostoliche sono state suscitate sia tra i sacerdoti che tra i laici! Quanti uomini e donne, e quante famiglie, che si erano allontanate dalla comunità ecclesiale o avevano abbandonato la pratica della vita cristiana, attraverso l’annuncio del kerygma e l’itinerario di riscoperta del Battesimo, sono state aiutate a ritrovare la gioia della fede e l’entusiasmo della testimonianza evangelica! La recente approvazione degli Statuti del “Cammino” da parte del Pontificio Consiglio per i Laici è venuta a suggellare la stima e la benevolenza con cui la Santa Sede segue l’opera che il Signore ha suscitato attraverso i vostri Iniziatori. Il Papa, Vescovo di Roma, vi ringrazia per il generoso servizio che rendete all’evangelizzazione di questa Città e per la dedizione con cui vi prodigate per recare l’annuncio cristiano in ogni suo ambiente.
La vostra già tanto benemerita azione apostolica sarà ancor più efficace nella misura in cui vi sforzerete di coltivare costantemente quell’anelito verso l’unità che Gesù ha comunicato ai Dodici durante l’Ultima Cena. Prima della Passione, infatti, il nostro Redentore pregò intensamente perché i suoi discepoli fossero una cosa sola in modo che il mondo fosse spinto a credere in Lui (cfr Gv 17,21). E’ questa unità, dono dello Spirito Santo e incessante ricerca dei credenti, a fare di ogni comunità un’articolazione viva e ben inserita nel Corpo mistico di Cristo. L’unità dei discepoli del Signore appartiene all’essenza della Chiesa ed è condizione indispensabile perché la sua azione evangelizzatrice risulti feconda e credibile. So con quanto zelo stiano operando le comunità del Cammino Neocatecumenale in ben 103 parrocchie di Roma. Mentre vi incoraggio a proseguire in questo impegno, vi esorto ad intensificare la vostra adesione a tutte le direttive del Cardinale Vicario, mio diretto collaboratore nel governo pastorale della Diocesi. L’inserimento organico del “Cammino” nella pastorale diocesana e la sua unità con le altre realtà ecclesiali torneranno a beneficio dell’intero popolo cristiano, e renderanno più proficuo lo sforzo della Diocesi teso a un rinnovato annuncio del Vangelo in questa nostra Città. In effetti, c’è bisogno oggi di una vasta azione missionaria che coinvolga le diverse realtà ecclesiali, le quali, pur conservando ciascuna l’originalità del proprio carisma, operino concordemente cercando di realizzare quella “pastorale integrata” che ha già permesso di conseguire significativi risultati. E voi, ponendovi con piena disponibilità al servizio del Vescovo, come ricordano i vostri Statuti, potrete essere di esempio per tante Chiese locali, che guardano giustamente a quella di Roma come al modello a cui fare riferimento.
C’è un altro frutto spirituale maturato in questi quarant’anni, per il quale vorrei ringraziare insieme con voi la Provvidenza divina: è il grande numero di sacerdoti e di persone consacrate che il Signore ha suscitato nelle vostre comunità. Tanti sacerdoti sono impegnati nelle parrocchie e in altri campi di apostolato diocesano, tanti sono missionari itineranti in varie Nazioni: essi rendono un generoso servizio alla Chiesa di Roma, e la Chiesa di Roma offre un prezioso servizio all’evangelizzazione nel mondo. E’ una vera “primavera di speranza” per la comunità diocesana di Roma e per la Chiesa! Ringrazio il Rettore e i suoi collaboratori del Seminario Redemptoris Mater di Roma per l’opera educativa che essi svolgono. Il loro compito non è facile, ma molto importante per il futuro della Chiesa. Li incoraggio pertanto a proseguire in questa missione, adottando gli indirizzi formativi proposti tanto dalla Santa Sede quanto dalla Diocesi. L’obiettivo a cui occorre mirare da parte di tutti i formatori è quello di preparare presbiteri ben inseriti nel presbiterio diocesano e nella pastorale sia parrocchiale che diocesana.
Cari fratelli e sorelle, la pagina evangelica che è stata proclamata, ci ha richiamato le esigenze e le condizioni della missione apostolica. Le parole di Gesù, riferiteci dall’evangelista san Matteo, risuonano come un invito a non scoraggiarci dinanzi alle difficoltà, a non ricercare umani successi, a non temere incomprensioni e persino persecuzioni. Incoraggiano piuttosto a porre la fiducia unicamente nella potenza di Cristo, a prendere la “propria croce” e a seguire le orme del nostro Redentore che, in questo tempo natalizio ormai al termine, ci è apparso nell’umiltà e nella povertà di Betlemme. La Vergine Santa, modello di ogni discepolo di Cristo e “casa di benedizione” come avete cantato, vi aiuti a realizzare con gioia e fedeltà il mandato che la Chiesa con fiducia vi affida. Mentre vi ringrazio per il servizio che rendete nella Chiesa di Roma, vi assicuro la mia preghiera e di cuore benedico voi qui presenti e tutte le comunità del Cammino Neocatecumenale sparse in ogni parte del mondo.

venerdì 9 gennaio 2009

A un passo dal genocidio

Le violenze, l’odio degli estremisti musulmani e la connivenza del governo. Magdi Khalil spiega perché per i copti l’Egitto sta diventando come l’Iraq

Anna Mahjar-Barducci, Tempi
9 gennaio 2009


Magdi Khalil è tra i più noti attivisti per i diritti dei copti, i cristiani d’Egitto. Nato al Cairo, da famiglia copta, vive attualmente tra l’Egitto e Washington, da dove cerca di sensibilizzare l’Occidente alle persecuzioni dei cristiani d’Oriente. Khalil è il direttore della versione internazionale del settimanale egiziano copto, Al Watani, e recentemente ha aperto al Cairo un Istituto di ricerca per i diritti umani, The Middle East Freedom Forum. I copti sono la principale minoranza religiosa che vive in Egitto e rappresentano circa il 15 per cento della popolazione, anche se non esistono stime ufficiali, su un totale di più di 80 milioni di abitanti. Nelle ultime tre decadi, il numero di copti uccisi o feriti da parte di integralisti musulmani si aggira attorno alle 4 mila vittime. Negli ultimi mesi, inoltre, gli attacchi contro i copti in Egitto sono diventati sempre più frequenti. Gli incidenti al Cairo hanno, infatti, assunto una cadenza settimanale. Gruppi di estremisti musulmani, quasi ogni domenica, lanciano pietre, bruciano edifici e molestano i fedeli, per impedire alla comunità cristiana locale di celebrare messa. Khalil ha denunciato più volte le violenze degli islamisti contro i cristiani e l’assenza di protezione da parte dello stesso governo egiziano, che rimane inerme di fronte alle persecuzioni.

A che cosa sono dovuti i recenti scontri fra musulmani e copti?
Non si tratta di “scontri”, ma di “attacchi”. La comunità copta è sotto assedio. I cristiani sono vittime di continui attacchi da parte di estremisti musulmani, che non fanno riferimento soltanto ai Fratelli Musulmani. Nel paese, c’è infatti una nuova ondata di integralismo, che sembra fermarsi, e che vede l’emergenza di nuovi gruppi integralisti.

Lo scorso novembre ad Ain Shams, nei sobborghi del Cairo, circa cinquanta copti sono rimasti feriti. Secondo i giornali, alcune migliaia di musulmani hanno assaltato una chiesa copta, al cui interno erano rimasti asserragliati circa 800 fedeli, che partecipavano alla prima messa. La situazione in Egitto per i cristiani sta peggiorando?
Gli attacchi contro i copti sono ormai settimanali, se non quotidiani. La chiesa di Ain Shams, che è stata attaccata, era in origine una fabbrica, posizionata quasi di fronte a una moschea, e riadattata a luogo di culto per la comunità copta ortodossa dopo una trafila burocratica durata cinque anni. Per aprire una chiesa in Egitto, infatti, bisogna chiedere il permesso direttamente al presidente Hosni Mubarak. Un gruppo di manifestanti islamisti ha così assediato la chiesa nel giorno dell’inaugurazione. La folla si è poi diretta verso negozi e proprietà di copti nelle vicinanze dell’edificio, agitando bastoni e gridando: «La chiesa è caduta, il prete è morto». Attacchi simili a quelli di Ain Shams si sono ripetuti anche recentemente in altre zone. La comunità copta, pertanto, si sente insicura e continuamente sotto minaccia. Chi può permetterselo abbandona il paese, ma non tutti possono lasciare il proprio lavoro e ottenere un visto per l’Occidente, l’unico luogo dove ci sentiamo sicuri. Sicuramente, la situazione per i copti in Egitto diventa peggiore ogni giorno, le persecuzioni nei nostri confronti non sono lontane da quelle che i cristiani d’Iraq stanno subendo. Nessuno, però, sta facendo niente né per loro né per noi.

A che gruppo islamista fanno riferimento gli estremisti musulmani che attaccano la popolazione copta?
Fra di loro membri dei Fratelli Musulmani, ma anche vicini di casa, che odiano i non-musulmani. Inoltre, in Egitto, i movimenti integralisti sono crecsiuti e non confluiscono tutti nei Fratelli Musulmani, anche se condividono comunque con loro la stessa visione integralista. Questi gruppi utilizzano le moschee per predicare contro i copti e contro i diritti delle donne. I cristiani e le donne sono pertanto i target principali del fondamentalismo nel paese.

In Egitto, però, le moschee sono controllate dal governo. Come mai, quindi, gli islamisti, che il regime combatte, sono liberi di fare propaganda?
Nei fatti le moschee non sono controllate. Il regime mantiene il potere, ma nelle strade sono gli islamisti a essere popolari.

A che cosa è dovuta l’ascesa del potere degli islamisti tra la popolazione egiziana?
Fondamentalmente, a una mancanza di libertà, che il governo ha negato ai suoi cittadini. Gli islamisti, pertanto, si presentano come l’alternativa al regime, che opprime il paese. Esiste quindi una diretta responsabilità del governo alla crescita dell’islamismo in Egitto. Gli integralisti, poi, ne approfittano per proporre una loro agenda, che come quella del regime vieta il pluralismo, tra cui quello religioso.

Il governo che cosa fa per proteggervi?
Niente, siamo senza alcuna protezione. Il governo è infatti complice nelle persecuzioni contro i cristiani. I servizi di sicurezza, inoltre, intervengono soltanto quando gli attacchi contro i copti sono ormai terminati. Esistono, poi, restrizioni legislative nei nostri confronti, che il governo si ostina a mantenere dal tempo dell’Impero Ottomano.

Quali ad esempio?
Come accennato prima, per aprire una chiesa in Egitto è necessario chiedere il permesso direttamente al presidente Hosni Mubarak. La direttiva è parte del decreto Hamayonico, risalente all’Impero Ottomano, che nei fatti impedisce la libertà di culto. Secondo il decreto, infatti, è il presidente della Repubblica che deve rilasciare un permesso scritto per poter costruire una chiesa. L’iter non è semplice. A causa di questo decreto legislativo, che include anche restrizioni per la manutenzione degli edifici di culto, il numero di chiese in Egitto non è proporzionato alla popolazione copta.

Dr. Khalil, come vede il futuro per i cristiani in Egitto?
Sempre peggiore. Le persecuzioni continueranno, perché non abbiamo nessuno che ci difenda e non abbiamo strumenti di pressione. Questa non è soltanto la condizione dei copti, ma di tutti i cristiani in Medio Oriente. Nel mondo arabo, i diritti umani dei cristiani sono violati quotidianamente: siamo minacciati, torturati e ammazzati. Tutto ciò sta accadendo sotto l’occhio della comunità internazionale, che non fa niente per proteggerci.

Vi sentite abbandonati dall’Occidente?
Sì, l’Occidente ha abbondanato i cristiani d’Oriente. Ho visitato più volte leader politici negli Stati Uniti e a livello europeo, ho ricevuto da loro tante promesse, ma nessuna azione concreta. Quello che vogliamo è semplicemente vivere nei nostri paesi con i diritti che ci spettano. Gli estremisti islamici ci considerano degli infedeli e parte dell’Occidente, ovvero delle spie da eliminare. Ma l’Occidente dov’è per proteggerci? E fino a quando farà finta di niente di fronte al massacro? Oggi si parla di persecuzioni, ma il genocidio dei cristiani d’Oriente non è poi così lontano.

il segno della croce

da “I santi segni” di Romano Guardini


“Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla l’altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, corpo e anima, ti raccoglie, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed è il segno della redenzione. Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce Egli santifica l’uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere.
Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera affinché rimanga qui in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell’atto della benedizione, perchè la pienezza della vita divina penetri nell’anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa.
Pensa quanto spesso fai il sego della croce. È il segno più santo che ci sia. Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto l’essere tuo, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, e tutto diviene irrobustito, segnato, consacrato nella forza di Cristo, nel nome del Dio uno e trino.”

cocaina e crisi finanziaria

Cocaina, il consumo eccessivo può avere influito sulla crisi dei mercati
Il Sole24Ore.com
29 dicembre 2008


L'uso di cocaina da parte di operatori del mondo della finanza può aver avuto un ruolo nel dispiegarsi della crisi che ha colpito i mercati. A spiegarlo è il direttore dell'Istituto di scienze farmacologiche Mario Negri di Milano, Silvio Garattini. Uno dei principali effetti dello stupefacente, ha spiegato lo studioso all'agenzia AdnKronos, è l'alterazione della percezione del rischio, la cui valutazione è una componente essenziale del lavoro dei professionisti grazie ai quali funzionano i mercati dei capitali. È possibile, quindi, che, in casi singoli, le decisioni siano state alterate dagli effetti dello stupefacente, che incide sulla capacitá di valutare correttamente il rapporto tra costi e benefici.

Di certo la crisi finanziaria ha altre cause primarie, di natura strutturale, ma, afferma Garattini, «è certamente possibile che in qualche caso siano state sottovalutate le difficoltà, perchè la cocaina dà un senso di onnipotenza. Fornisce la sensazione di poter decidere e di poter fare qualsiasi cosa, indipendentemente da ciò che poi in effetti si può fare». La cocaina, continua il farmacologo, «dà una sensazione della realtà distorta, quindi può darsi che in qualche caso, se un operatore l'ha assunta in vicinanza di operazioni che doveva fare, sia stato influenzato».

Non si dispone però, precisa il farmacologo, di evidenze scientifiche che consentano di sostenere che nel mondo della finanza si faccia un uso maggiore della cocaina rispetto ad altri settori della societá: «È molto difficile da dire - risponde - perchè non ci sono dati analitici precisi. Non abbiamo fatto analisi settoriali», spiega, perchè le difficoltá operative sono enormi. Però, continua, «è probabile che, quanto più la gente è occupata e sottoposta a stress e fatica, tanto più abbia necessità di assumere delle droghe per superare il problema».

A Milano, capitale della finanza italiana, l'assunzione di cocaina è maggiore rispetto ad altri grandi centri finanziari, al punto che la stessa Questura ne ha parlato proprio oggi in termini d'allarme. Nel capoluogo lombardo, ricorda il farmacologo, il consumo di polvere bianca «è molto elevato. Come Istituto Mario Negri abbiamo fatto delle ricerche comparative: per quanto riguarda la cocaina, Milano per milione di abitanti consuma molto di più rispetto a Londra e a Lugano». I ricercatori dell'Istituto, continua, sono riusciti ricostruire il numero di dosi consumate «grazie all'analisi degli scarichi delle fogne. Il consumo di cocaina aumenta molto durante il weekend, specie il venerdì e il sabato: l'aumento è del 50% circa, poi la domenica tende a diminuire e lunedì torna ai livelli più bassi».

È acclarato, in ogni caso, che l'assunzione di decisioni sensibili possa essere influenzata da fattori biochimici. I ricercatori dell'Università di Cambridge, per esempio, hanno scoperto, monitorando il livello di testosterone di 17 trader londinesi, che il livello di questo ormone influenza l'assunzione di decisioni che spesso devono essere prese in tempi rapidissimi. Un livello troppo elevato di testosterone, avvertivano i ricercatori inglesi, può influenzare negativamente la capacità di gestire rischi in modo razionale. È possibile, quindi, che l'assunzione di cocaina accentui aspetti fisologici già conosciuti? «Sì certamente - risponde infine Garattini - è possibile che ci sia un sinergismo tra i due fenomeni».

giovedì 8 gennaio 2009

pensieri

Chiese un giorno un giovane ad un anziano:
“Sei quello che pensi?”
Rispose l'anziano:
“Te lo spiego con una piccola storia. Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.
Sono un papà e una mamma, pensò una bambina innocente.
Sono due amanti, pensò un uomo dal cuore torbido.
Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni, pensò un uomo solo.
Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare, pensò un uomo avido di denaro.
E un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra, pensò una donna dall'anima tenera.
E una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio, pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
Sono due innamorati, pensò una ragazza che sognava l'amore.
Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue, pensò un assassino.
Chissà perché si abbracciano, pensò un uomo dal cuore asciutto.
Che bello vedere due persone che si abbracciano, pensò un uomo di Dio.
Ogni pensiero, concluse l'anziano, rivela a te stesso quello che sei.

Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su te di qualsiasi maestro

sabato 3 gennaio 2009

le ali della torah

Commenti rabbinici al Decalogo
di E. Jimenez Hernandez, ed. Grafitalica

Le ali della colomba


I nostri maestri – benedetta sia la loro memoria – si chiedono perché nella Scrittura Israele sia paragonato ad una colomba. E rispondono con questa parabola:
Quando Dio creò la colomba, questa tornò dal Creatore lamentandosi: “Signore dell’universo, c’è un gatto che mi insegue continuamente e vuole uccidermi, e io sono costretta a correre tutto il giorno con le mie zampette così piccole”. Allora il Creatore ebbe pietà della colomba e le diede due ali.
Ma, poco dopo, la colomba tornò a presentarsi, piangendo, davanti al Creatore: “Signore dell’universo, il gatto continua ad inseguirmi ed ora, con queste pesanti ali addosso, mi riesce ancora più difficile sfuggirgli con queste zampette corte e deboli”. Il Creatore sorrise e le disse:
“Non ti ho dato le ali perché tu le porti, ma perché esse portino te”.
Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? (Sal 55, 7).

venerdì 2 gennaio 2009

il mago di natale

di Gianni Rodari

S'io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l'alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all'Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po' di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d'ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an'roll
e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:
gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l'albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l'albero del panettone
in viale Buozzi
l'albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all'albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l'albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.