Dal libro La parola che amo - Conversazioni con...
di Cristina Uguccioni, Edizioni Paoline
Conversazione con il filosofo
Giovanni Reale
“Di queste cose vi ho parlato,
affinché in me abbiate pace.
Nel mondo avrete tribolazione;
ma abbiate coraggio:
io ho vinto il mondo”(Gv 16,33)
Cristina Uguccioni: Il filosofo Giovanni Reale ha scelto un versetto del Vangelo secondo Giovanni che fa parte del cosiddetto “discorso di addio” di Gesù.
Giovanni Reale: Ho scelto questo passo perché è la descrizione della verità. Muoviamo da una constatazione: l’esistenza di ciascuna persona è attraversata dal dolore e segnata dalla morte. Questo genera due interrogativi: 1) perché? 2) come vivere questa realtà di dolore e morte? Sin dalle origini i filosofi si sono poste tali domande e hanno creduto che il logos, la ragione, fosse sufficiente a trovare una risposta.
Ma non è stato così. In questo versetto potentissimo è contenuta la vera, definitiva risposta. Gesù dichiara:”Siate coraggiosi perché IO ho vinto il mondo”. Lui, il Cristo, ha dato la risposta, lui è la risposta. Il modo in cui ha vinto il mondo è tutt’altro che facilmente comprensibile. Pochi filosofi lo hanno saputo cogliere in tutta la sua portata. Uno è Albert Camus, non credente, che ne L’uomo in rivolta ha scritto: “Cristo è venuto a risolvere due problemi principali, il male e la morte. La sua soluzione è consistita innanzitutto nell'assumerli in sé, anche il Dio uomo soffre con pazienza. Né male né morte gli sono più assolutamente imputabili perché è straziato e muore. La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità, abbandonando ostensibilmente i suoi privilegi tradizionali, ha vissuto fino in fondo, disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il “lemà sabactàni” e il dubbio tremendo dei Cristo in agonia. L’agonia sarebbe lieve se fosse sostenuta dall’eterna speranza. Per essere uomo dio deve disperare”.
Camus ha scelto la strada della rivolta, vedendo in Sisifo (l’eroe mitologico che deve sospingere sulla montagna una pietra la quale, a poca distanza dalla cima rotola in basso costringendolo a ricominciare da capo, in eterno) il simbolo dell'assurdità dell'esistenza, della vanità di tutti gli sforzi umani. Una assurdità nella quale, secondo il filosofo francese, è possibile vivere. Ma è questo il vero assurdo!
A Camus è mancata la comprensione della seconda metà dell'esperienza di Cristo: la risurrezione. “Io”, dice Gesù“ho vinto il mondo soffrendo la sofferenza e la morte come te, uomo, ma sono risorto”. Nel mistero della Pasqua è contenuta la soluzione di tutti i drammi dell'esistenza. Sfido chiunque a trovarne un’altra. E aggiungo: Gesù è risorto con i segni della crocifissione; a Tommaso incredulo dice di toccare le piaghe. La sofferenza ha uno spessore ontologico talmente possente che Cristo la mantiene: significa che il dolore è inscritto nell'eterno. Nel libro Memoria e identità, Giovanni Paolo Il ha scritto “Il credente sa che nella presenza del male è sempre accompagnata la presenza del bene, della grazia. La passione di Cristo sulla croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza, l'ha trasformata dal di dentro. Ha introdotto nella storia umana, che è storia del peccato, una sofferenza senza colpa, affrontata unicamente per amore. E’ questa la sofferenza che apre la porta alla speranza della liberazione, dell'eliminazione definitiva di quel “pungiglione” che strazia. E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene. Ritengo magnifico questo brano, esso costituisce il cuore del messaggio che il Papa ha voluto consegnarci: “La sofferenza che brucia il male con la fiamma dell'amore”.
E dunque io ripeto a me stesso: “Quando ti trovi immerso nel dolore, ricordati che Lui, come te, ha sofferto. Quando sopraggiunge la morte, ricordati che anche Lui è morto. Ma ha vinto il mondo, è risorto, per amore ti ha spalancato le porte della vita eterna”.
È la risurrezione che dobbiamo accogliere per comprendere l'esistenza. E accoglierla è questione di fede.
Cristina Uguccioni: Se è questione di fede, è possibile proporre, e sul piano squisitamente razionale argomentazioni convincibili a chi si rifiuta di credere nella risurrezione di Cristo? E in tal caso, quali potrebbero essere?
Giovanni Reale: Rispondo, anzitutto, come ha risposto Gesù risorto ai discepoli di Emmaus: perché non credete ai profeti? Nel Vangelo secondo Luca si legge che Gesù, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (24,27). I profeti hanno visto Gesù, ciò che avrebbe vissuto e come lo avrebbe vissuto. In questo senso considero sconvolgente per l'esattezza della visione il capitolo 53 dei libro del profeta Isaia.
Seconda osservazione: i discepoli lo hanno visto risorto più volte, questo è un fatto.
Terza e ultima osservazione destinata agli amici ebrei: come mai dopo Cristo non avete più avuto profeti? Se dopo di lui non ve n'è stato più nessuno, significa che la profezia si è avverata
La fede è una scelta dell'uomo, ma non senza fondamento.
Cristina Uguccioni: Vi sono persone che si rammaricano di non avere il dono della fede, quaso rimproverassero a Dio di non averlo concesso. Può chiarire meglio in che senso la fede è scelta dell’uomo?
Giovanni Reale: Tutto ciò che siamo e dono di Dio, di conseguenza lo è anche la fede, ma è un dono del quale bisogna farsi degni. E quando affermo “farsi degni” intendo dire che bisogna diventare umili vincendo la superbia, quella che gli antichi greci definivano hybris: da sempre l'uomo vuole essere come Dio, essere lui a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, senza tollerare alcuna limitazione. Questo è il peccato che sta all’origine di tutti i nostri peccati. E la scelta non coincide di per sé con il dono che viene dato, ma con la coerenza della propria vita con il dono ricevuto.
Mi ha molto colpito un libro poco noto di sant’Agostino nel quale il filosofo spiega una grande verità alla quale oggi si presta scarsa attenzione. Traduco il suo ragionamento in termini moderni: se osservo le mie giornate, quante azioni compio per pura ragione e quante per fede? Quando prendo una medicina credo che contenga i principi attivi dichiarati sulla confezione, non la faccio esaminare in laboratorio. Quando mio padre e mia madre affermano di essere i miei genitori lo credo, non vado all’ospedale a leggere i documenti relativi alla mia nascita. Quando salgo sul tram credo che il conducente abbia superato gli esami per guidare il mezzo, non vado all'azienda dei trasporti a verificarlo. Nella quotidianità le azioni compiute per fede sono la maggioranza perché la fede è una componente dell'uomo assolutamente determinante. Il contenuto, l'oggetto creduto varia, può essere banale o decisivo per l’esistenza. Perciò affermo: quando tu, uomo, scopri che i profeti hanno descritto che sarebbe venuto Cristo e cosa avrebbe fatto e quando poi leggi che tutto ciò è accaduto e che i discepoli lo hanno visto risorto, ecco, allora la fede si rivela essere coerente. Però occorre piegare la propria hybris, avere l'umiltà di ammettere di non essere l’assoluto, ma di essere creature con un Padre. Dunque, la fede è un dono che implica una scelta di coerenza di vita con il dono.
Cristina Uguccioni: Gesù afferma “Abbiate pace in me”: che cosa significa, nella sua esistenza quotidiana, avere pace in lui?
Giovanni Reale: La pace, per me, è la pace spirituale che sgorga dal vivere gli eventi anche dolorosi della mia vita nella dimensione della croce e della risurrezione. È come se Gesù si rivolgesse a ciascuno di noi dicendo: tu avrai la croce, se la saprai portare come l’ho portata io, avrai pace. E dunque anch'io mi sono sempre ripetuto e mi permetto di dire anche a voi: “Se avrai la croce, e puoi star certo che nella vita ti toccherà, la potrai portare come Gesù o come il Cireneo, al quale è stata imposta”. Molte persone vivono la croce come imposizione, la rifiutano, vorrebbero scrollarsela di dosso, non sanno che essa resterà sulle spalle con tutto il suo peso. Dobbiamo smettere di portarla come il Cireneo, ma accettarla e capirla. Solo facendo in questo modo ci liberiamo da tutti i mali.
Cristina Uguccioni: La vittoria di Cristo sul mondo, che è vittoria sul male e passa attraverso la croce, oltre a renderci coraggiosi, desse essere motivo di gioia. Lei prova questo sentimento e come lo definirebbe?
Giovanni Reale: Lo provo, si. È una gioia trascendente, non banale, è la gioia di vivere della Verità e accogliere tutto ciò che accade in questa prospettiva. In fondo gli antichi, parzialmente, senza averlo dimostrato e senza fondamento teologico, lo avevano compreso: penso, ad esempio, al filosofo greco Posidonio che, colpito dalla malattia e dovendo comunque lavorare, diceva «Tanto non la spunti, dolore! Sei gravoso, sì, ma non ammetterò mai che sei un male ».
Quando scopri che Dio, per amore, è venuto a vivere come te, ha lavorato con mani d'uomo, si è fatto uno di noi fuorché nel peccato, è morto e risorto, come si fa a non essere persone di gioia? E a non esserlo anche nella sofferenza, nelle tribolazioni?
Cristina Uguccioni: Platone, in modo sorprendente, aveva già intuito il significato profondo e salvifico della rivelazione divina. Il filosofo greco, nel Fedone, scrive “Trattandosi di queste verità (le verità ultimative, nda) non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità, o scoprirla da se medesimi, oppure, se ciò è impossibile, accettare, fra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera affrontare il rischio della traversata del mare della vita”. E, profeticamente, aggiunge: “A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, cioè affidandosi a una divina rivelazione”.
Platone aveva compreso che la ragione umana non può essere altro che una zattera con la quale attraversare il mare della vita, e che solo una divina rivelazione costituirebbe un solido veicolo con il quale compiere la traversata. La scandalosa meraviglia e novità del Cristianesimo, ciò che lo distingue da tutte le altre religioni, è che questo veicolo sia un pezzo di legno, la croce quale Dio è venuto a farsi inchiodare.
Giovanni Reale: È proprio così. Sant'Agostino lo ha scritto in un passo che amo molto e ritengo straordinario per limpidezza e profondità: “Tu devi attraversare il mare e disprezzi la croce! O sapienza pietra di superbia! Tu irridi Cristo crocifisso, ma è proprio lui che hai visto da lontano: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio". Ma perché è stato crocifisso? Perché per te era necessario il legno della sua umiltà. Infatti, tu ti eri gonfiato di superbia ed eri stato gettato lontano dalla tua Patria. (…) Ingrato che sei, tu ti fai beffa di colui che è venuto a te, proprio per farti tornare a lui; lui stesso si è fatto via, una via attraverso il mare; perciò ha camminato sul mare per mostrarti che c'è una via attraverso il mare. Ma tu che non puoi camminare sul mare come ha fatto lui, lasciati portare da questa nave, lasciati portare dal legno della croce: credi nel crocifisso e potrai arrivare”. Ricordo che il mare implica la sofferenza e il male di questo mondo e l'uomo, se lasciato da solo, affonda in esso.
La croce di Cristo costituisce il simbolo emblematico della assoluta umiltà. Essa implica il totale rovesciamento della superbia umana, per questa ragione è tanto difficile da accettare.
Cristina Uguccioni: Per quanto esista una lunga tradizione filosofica cristiana, che ha rappresentanti quali sant'Agostino, san Tommaso e Pascal, solo per citarne alcuni, molti intellettuali del nostro tempo guardano con sufficienza, se non talvolta addirittura con disprezzo, i credenti ritenendoche abbiano abdicato all’uso della ragione o che si aggrappino a Dio per avere risposte che la loro intelligenza non riesce a elaborare.
Oltre all'eterna superbia della ragione che da sempre origina queste considerazioni, vi è qualcosa di più nella nostra epoca?
Giovanni Reale: Bisogna avere il coraggio di dire la verità: oggi esiste un’avversione ideologica e sistematica al cristianesimo. Si parla molto di integralismo ritenuto un fenomeno riguardante soltanto le religioni. In realtà, la nostra epoca è segnata da un integralismo laicistico, derivante dall’Illuminismo, che ha una forza potentissima. Sono d’accordo con quanto affermava Giovanni Paolo II: si tratta di un totalitarismo subdolo perché si nasconde sotto le apparenze del razionalismo e della democrazia.
Al solo sentir parlare di Dio, vi sono persone che vogliono chiuderci la bocca, impedire di argomentare pronunciando quel nome. Perché loro hanno il diritto di zittirci e noi non abbiamo quello di parlare di Dio? Non è un discorso teorico, penso anche a esperienze personali. Il mio libro Radici culturali e spirituali dell’Europa è stato tradotto in molti Paesi tra i quali la Germania. Ebbene, l’editore tedesco ha completamente eliminato il brano nel quale parlo del Preambolo della Costituzione Europea, criticando il fatto che non si menzionino le radici cristiane dell’Europa. L’editore ha tagliato quella parte senza comunicarmelo e senza domandarmi il permesso.
Cristina Uguccioni: Lei ha avuto modo di incontrare Giovanni Paolo II in diverse occasioni in quanto curatore della sua opera omnia. Quali ricordi conserva del Pontefice?
Giovanni Reale: Una sera fui invitato a cena da lui e rimasi molto colpito da una frase che pronunciò durante la nostra conversazione. Mi disse: “Le sono molto gratoperchè lai lascia cose grandi come i testi di Platone per occuparsi delle mie piccole”. Quando gli ho portato l’ultima sua opera, Il Trittico romano, mi ha detto la stessa cosa: “Professor Reale, grazie! Lei è il mio benefattore!”. Era un uomo grandissimo e, proprio perché grandissimo, aveva l’umiltà di Cristo.
Cristina Uguccioni: Qual è il concetto cardine del pensiero filosofico di Giovanni Paolo II che l’ha maggiormente colpita?
Giovanni Reale: Il concetto di uomo come persona espresso nel libro Persona e Atto. L’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio: questa affermazione spesso non è ben compresa, si pensa che la somiglianza tra noi e Dio sia l’intelligenza, la ragione. No, l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio che è uno e trino, l’uomo è immagine della Trinità e della sua dinamica che è l’Amore donativo tra il Padre e il Figlio. Il concetto di persona ha una struttura triangolare perché l’Io si struttura e si riconosce solo nel rapporto con il Tu, cioè con il Dio persona che ci ama e ci risponde, instaura un rapporto diretto con noi. Questo dialogo con Dio fonda da un lato la trascendenza della persona e il suo valore assoluto, dall’altro il rapporto che l’Io ha con altri Tu, ossia gli uomini.
La persona è tale se vive in communio, in unione con gli altri. Giovanni Paolo II, in Persona e Atto ha usato il termine solidarnosc e, sia detto per inciso, il famoso movimento polacco di Lech Walesa ha preso il nome proprio da questa espressione. Nei libri successivi ha preferito il termine communio, per indicare la partecipazione, la solidarietà, quale carattere fondamentale della persona. Se però si elimina DIo dal proprio orizzonte si finisce per smarrire tutti i valori che egli struttura, incluso quello di persona. E' ciò che sta accadendo nel nostro tempo. Chi utilizza la categoria di persona non avendo la fede parla semplicemente di individuo.
Cristina Uguccioni: Se osserviamo il dibattito bioetico in corso, ci accorgiamo che alla base delle differenti posizioni su temi quali aborto, eutanasia, procreazione assistita, vi è una diversa nozione di persona. Nella prospettiva cristiana, l'antropologia si fonda sulla teologia: è DIo che rende l'uomo persona e gli conferisce sacralità totale. A suo giudizio, chi non ha fede su cosa fonda la propria nozione di persona?
Giovanni Reale: Sull'individualismo, sul benessere o il piacere, e anche, occorre sottolinearlo, sull'accattivante imperativo della psicologia che recita: "Devi essere te stesso". Una collega americana, insegnante di filosofia morale, mi raccontava che, durante una lezione nella quale si parlava di matrimonio, una ragazza dichiarò di aver lasciato marito e figlio perchè "doveva essere se stessa" e discorsi sui doveri del matrimonio non voleva neppure stare a sentirli. A me, invece, è capitato di ascoltare una moglie che, dovendo accudire il marito colpito da una grave malattia, andava ripetendo: "non passerò il resto della vita a fargli da infermiera!"
Sono solo esempi, ma emblematici di questo "dover essere se stessi" predicato dalla psicologia. Cristo conosceva le nostre tentazioni, e infatti ha istituito il matrimonio come sacramento. L'unione sponsale, paradigma della relazione fra l'io e il tu, è un rapporto da costruirsi, anche nella sofferenza, con un amore donativo che va ricercato quotidianamente attingendo all'amore di DIo.
Cristina Uguccioni: Penso sia d'accordo con Giovanni Paolo II anche quando, nell'enciclica Fides e Ratio, sostiene che la fede è metaculturale: può essere accolta da qualsiasi cultura e proprio per questo non può essere incatenata da alcuna cultura.
Giovanni Reale: Certamente. La teologia, intesa come riflessione sistematica su Dio, è inevitabile, necessaria ma, attenzione, non sufficiente. Compiere questa riflessione utilizzando categorie proprie di una cultura, più che aumentare la fede, in un certo senso la può ridurre. Narro un episodio per spiegare la mia affermazione. Alcuni anni fa il Card. Carlo Maria Martini venne in visita pastorale a Luino, dove abito. Fui invitato a pranzo dal parroco, insieme a un gruppo di sacerdoti. Con il cardinale cominciai a discutere di talune forme di teologia e gli domandai se a suo giudizio fosse ancora opportuno parlare dell'Eucarestia nella sua forma classica di "transustanziazione" insieme alle categorie aristoteliche di sostanza e accidente che ciò comporta. VOlevo capire se per l'uomo di fede non fosse meglio attenersi al testo evangelico, conservando tutto il mistero dell'Eucarestia che diviene corpo di Cristo.
Mentre i sacerdoti mi guardavano sbigottiti per la domanda giudicata sconveniente, il cardinale rimase a lungo in silenzio. Poi mi disse: "Lei vuole sapere cosa penso del ricorso a concetti quali transustanziazione, e dell'utilizzo di categorie del pensiero greco, ossia proprie di una specifica cultura. Ebbene, vuole che io insegni al mio Signore come dovrebbe parlare? Io ripeto ciò che Lui ha detto: questo è il mio corpo dato per voi, fate questo in memoria di me". L'Eucarestia è memoria. E' come se Gesù dicesse: "Ciò che il sacerdote compie in questo momento ti dice ciò che io ho fatto per te, ti ho dato tutto". Resta mistero. Culturalizzare la Parola di Cristo è inevitabile se necessario, ma essa resta sempre oltre, non dobbiamo mai dimenticarlo.
Cristina Uguccioni: I fondamenti originari sui quali la civiltà occidentale si è costruita sono una creazione della cultura greca. Penso, ad esempio, alla forma mentis teoretica, al pensare dei concetti, da cui è sorta la filosofia e dalla quale sono scaturite le prime forme di scienza. VI sono però nozioni e valori della cultura greca che l'uomo contemporaneo ha perduto: quali, a suo giudizio, dovrebbe recuperare?
Giovanni Reale: Anzitutto il nucleo della dottrina socratica che si può sintetizzare in queste due affermazioni: "conoscere se stessi" e "avere cura di se stessi". Conoscere se stessi, per il filosofo, vuol dire esaminarsi interiormente e conoscere la propria anima; curare se stessi significa quindi, anzitutto, curare la propria anima.
L'uomo contemporaneo dovrebbe anche recuperare la nozione aristotelica di "giusta misura". Non c'è mai virtù quando vi è il troppo o il troppo poco. Questa medietà, si badi, non va confusa con la mediocrità, piuttosto ne è l'antitesi: il "giusto mezzo", nell'agire morale, si situa al di sopra degli estremi e rappresenta il loro superamento. Molti mali della vita odierna sono originati dalla incapacità di trovare la giusta misura. Pensiamo, ad esempio, al "troppo" che la tecnica ci permette e che noi accettiamo e desideriamo. Più in generale ritengo che si debba recuperare la capacità di "contemplare": in lingua greca si dice theorein, da cui il nostro "teoria". Per teoria oggi si intende qualcosa di astratto che non ha nulla a che vedere con la vita. Per il greco, invece, la theoria è contemplazione intesa non soltanto come atto del conoscere, ma anche come atteggiamento pratico-morale nei confronti della cosa conosciuta e più in generale e più in generale della realtà e della vita concreta. In altri termini: la contemplazione comporta sempre una compartecipazione alla cosa contemplata e un conseguente e coerente comportamento etico.
la theoria, per il greco, è partecipazione alla visione della verità per una vita autentica, non per nulla Aristotele afferma che la felicità è theorein.
Un pensatore ateo del nostro tempo, Eugène Ionesco, invitato a parlare all’inaugurazione di un Festival di Salisburgo, disse: "Le nozioni di amore e di contemplazione non sono più neanche nozioni diventate ridicole, sono completamente abbandonate. L'idea stessa di metafisica, quando non anima le collere, suscita sogghigni. (...) CI sono sorrisi di santi, di angeli e di arcangeli sui volti delle sculture che si trovano nelle cattedrali. Non sappiamo più guardarli. Gli uomini girano in tondo in quella loro gabbia che è il pianeta, perchè hanno dimenticato che si può guardare il cielo".
Questo è il punto: l'uomo sa ancora guardare il cielo? Quando, durante una lezione, ho letto questo passo di Ionesco, gli studenti, cinquecento studenti, hanno applaudito. Bisogna dirlo ai giovani che si può e si deve guardare il cielo!
Un giorno, sempre a lezione, spiegavo cosa sia la metafisica e la ragione per la quale non possiamo né sopprimerla né abbandonarla: perchè è bisogno primario dell'uomo radicato strutturalmente nella sua natura ricercare il principio primo, il fondamento delle cose. I bambini pongono quesiti metafisici: quando continuano a domandare "perchè?" e dopo ogni risposta della mamma la incalzano con un successivo "perchè?" non fanno altro che tentare di giungere al principio primo, all'arcè che ricercano i filosofi. AL termine della lezione una ragazza mi avvicinò dicendo che era rimasta molto colpita dalle mie parole. Con stupore, quasi con turbamento, mi raccontò che la sua sorellina di pochi anni un giorno le aveva chiesto: "Perchè ci sono le cose?" Pensai subito: quella bimba aveva espresso lo steso interrogativo formulato da Gottfried W. Leibniz e Martin Heidegger: "Perchè c'è l’essere e non il nulla?"
Poi, però, i bambini crescono e questa domanda radicale sull'essere, originata dalla meraviglia, dallo stupore di fronte all'esserci delle cose e di se stessi, viene soffocata, mercificata, annullata dalla nostra società.
Cristina Uguccioni: Platone ci ha consegnato la prima dimostrazione dell’esistenza di una realtà soprasensibile E trascendente, una conquista che ha influenzato tutto il pensiero successivo. Aristotele è andato oltre e ha delineato, con la ragione, le caratteristiche di questo Essere perfetto. Il messaggio cristiano, tuttavia, ha rappresentato una autentica rivoluzione schiudendo al pensiero umano orizzonti del tutto nuovi. Come illustrerebbe la portata di questa rivoluzione?
Giovanni Reale: All’incirca venti anni fa, il rettore dell’Università Cattolica mi convocò e mi disse che dovevo andare al carcere di San Vittore per fare l’esame di storia della filosofia antica a un detenuto che si era iscritto alla facoltà di filosofia.
Fra i temi dell’esame vi era uno dei testi più alti che sia mai stato scritto si Dio, il dodicesimo libero della Metafisica, nel quale Aristotele giunge a dimostrare l’esistenza della sostanza soprasensibile, ossia di Dio, e a tracciarne il profilo. Il detenuto si dimostrò molto preparato, rispose bene alle domande. Al termine del colloquio mi confidò: “Se Dio fosse questo non sarei salvo!” Perchè? Perché il Dio di Aristotele resta un essere perfettissimo che pensa solo ciò che è perfetto e non ha diretta comunicazione con l’uomo. L’uomo desidera Dio e vi tende, ma Egli non desidera in alcun modo ciò da cui è desiderato. È amato ma non ama, è un Dio distante che non si cura dell’uomo. Il Dio cristiano, “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” è il Dio che ama di amore donativo, non acquisitivo. Questa è la straordinaria rivoluzione portata dal cristianesimo: Dio è amore, è misericordia che si china sul cuore di ciascuno, tanto più quanto più è miserabile. Il filosofo Sioren Kirkegaard scriveva che: “Cristo non trovò mai un tetto tanto misero che gli impedisse di entrarvi con gioia, né mai un uomo tanto insignificante da non voler collocare la sua dimora nel suo cuore. (…) L’amore sta in rapporto inverso alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto. Se quindi io sono proprio una nullità – se nella mia miseria mi sento il più miserabile di tutti i miserabili – bene, è certo allora, eternamente certo che Dio mi ama”. Questo è il capovolgimento totale del pensiero greco per il quale, invece, l’amore è direttamente proporzionale al valore dell’oggetto amato.
Un esempio straordinario di amore misericordioso è quello incarnato da Madre Teresa di Calcutta. Per questo vorrei concludere con alcuni suoi versi che reputo profondamente cristiani e veritativi. Essi rivelano quale sia l’amore che costruisce, l’amore grandissimo che si china sul rudere. Mostrano Cristo che vive nel mondo di oggi:
“L’uomo è irragionevole,
illogico, egocentrico:
non importa, amalo.
Se fai il bene, diranno che lo fai
Per secondi fini egoistici:
non importa, fai il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi
Incontrerai chi ti ostacola:
non importa, realizzali.
Il bene che fai forse
Domani verrà dimenticato:
non importa, fa’ il bene.
L’onestà e la sincerità
Ti rendono vulnerabile:
non importa, sii onesto e sincero.
Quello che hai costruito
Può essere distrutto:
non importa, costruisci.
La gente che hai aiutato,
forse non te ne sarà grata:
non importa, aiutala.
Da’ al mondo il meglio di te
E forse sarai preso a pedate:
non importa, da’ il meglio di te”.
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