1982
INTRODUZIONE
E' difficile parlare del Monte Athos. Bisogna resistere a due tentazioni: quella di farne un'icona, di vedere dappertutto risplendere la luce divina e di canonizzare, con il pretesto della tradizione, anche gli atteggiamenti più superstiziosi e aberranti; o quella di farne una caricatura e di parlare del Monte Athos come ne parlano i giornali, che vedono solo la sua simonia, l'omosessualità e "il sudiciume di cui si circondano i beati". Forse, tra l'arte dell'icona e quella della caricatura, bisognerebbe ritrovare l'arte del ritratto.
Queste "parole" dei monaci sono un tentativo di sintesi di numerosi dialoghi che ho potuto avere con loro sulla santa montagna, più in particolare con gli igumeni (per noi, gli "abati") di Stravronikita, Simonos Petra e Panteleimon, il monaco Crisostomo della schita (o "fraternità") di Xenophontos, e un "vegliardo" di cui non so più il nome, che viveva nei dintorni di Sant'Anna.
La parola non è soltanto nella bocca di colui che la parla, è anche nell'orecchio di chi ascolta, e la mia memoria non è quella del magnetofono. Non trovate quindi la trascrizione letterale dei nostri incontri, quanto piuttosto il frutto in via di maturazione che queste parole anno germogliato in me.
Le mie domande sono state sempre le stesse: che cosa è un monaco Qual'è il fine della vita monastica? Quali sono i mezzi per realizzare questo fine? Il digiuno? Le veglie? L'obbedienza? Il silenzio? La povertà?
Che cos'è l'hesychìa, l'apàteia? Che cos'è l'esperienza della grazia? Come acquisire lo Spirito Santo? Che cos'è la preghiera? La preghiera del cuore? Come pregare senza interruzione? Come conoscere la volontà di Dio? Come discernere i pensieri? Qual'è il ruolo del padre spirituale? Come pregare per tutti gli uomini? Cos'è l'amore per i nemici?
Dopo aver riportato un dialogo con il padre Dionisio, responsabile degli ospiti a Simonos Petra, ho raccolto in brevi capitoli le diverse risposte che mi sono state date su ognuno di questi temi.
I riferimenti impliciti o espliciti alla Scrittura, agli apoftegmi e ai Padri della Chiesa, fanno di queste "parole" un'eco viva della tradizione. I monaci che ho incontrato sembravano infatti più preoccupati di "trasmettere ciò che a loro volta avevano ricevuto" dai loro padri, che di condividere un'esperienza personale. C'è un rischio in questo: di ricevere risposte formali, che descrivono una vita monastica ideale, senza grandi rapporti con quanto viene attualmente vissuto. Queste parole cadrebbero allora in ciò che chiamavo la tentazione dell'icona. Ma l'icona orienta il ritratto, come il buono e il bello orientano la nostra libertà. E' il vero volto dell'uomo, ma questo vero volto deve ancora nascere.
In queste parole c'è un eco dell'uomo nuovo, dell'uomo trasformato dallo Spirito di Dio e c'è un eco dei dolori del parto, un'eco dell'uomo lacerato tra la sua buona e la sua cattiva volontà.
Bisogna sentire il sorriso e bisogna sentire il pianto. E' il canto e il rumore del nostro cuore.
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