di Emanuele Boffi, Tempi
Piove, e intorno a fiamme che si spengono sputacchiando e si riaccendono ravvivate da legni rubati chissà dove, stanno fradici musi da banditi che non abbisognano di didascalie. È ormai qualche giorno che è così: piove e a mezzanotte non c’è in giro un’anima per le strade di Scampia. Nessuno, tranne i commercianti della droga, intabarrati nei loro giacconi, acquattati in un buio interrotto solo dai fuochi. Luci che segnalano che qui si vende veleno: chiedete e vi sarà dato. Gli spacciatori di Scampia non sono così sciagurati da tenersi la roba in tasca. La nascondono in qualche tubo di scolo o nelle fessure dei muri, magari nelle crepe che percorrono i tanti murales che, come tatuaggi grossolani, ricoprono il perimetro del quartiere. O in qualche casa, in qualche cassetto, sotto un cuscino, tra le stoviglie e le brocche dell’acqua.
I balordi si avvicinano ai fuochi e chiedono. Verrà loro indicato un citofono e un nome per ritirare quanto preventivamente pagato. Così non si rischia di essere colti in flagranza di reato, così la roba è lontana dagli sguardi delle forze dell’ordine, così è tutto al sicuro in qualche casa delle Vele o del Lotto K o dei Sette Palazzi. Lì la polizia, a meno di essere equipaggiata in assetto da battaglia, non entra. È un altro Stato, che la Repubblica italiana non conosce. A Scampia lo spaccio è l’unica attività che non si ferma mai. Quando viene giorno, la cocaina la si può trovare in qualcuna delle mille piazzette del quartiere. Ognuna ha il suo nome e il suo segnale: “Fortuna”, “Maria”, “Rosetta”. Sono le urla che le sentinelle lanciano all’avvicinarsi di qualche sirena o lampeggiante.
Poi c’è la Villa comunale, e lì non serve urlare. Lo spaccio è libero e a usufruirne sono i cosiddetti visitors, gli stralunati tossicodipendenti all’ultimo stadio, le cavie su cui gli spacciatori fanno i loro esperimenti di “taglio” delle sostanze. Ogni tanto se ne trova qualcuno riverso sul selciato, morto di «spaccacuore» tra una fanghiglia d’aghi infetti.
Quando quattordici anni fa arrivò qui, a don Aniello bastò il tempo di un amen per comprendere di essere capitato nel mondo dove i bambini hanno sonni senza sogni. «Crescono vedendo i loro coetanei guadagnarsi da vivere facendo le vedette, consegnando le bustine, smerciando la refurtiva delle rapine ai camion sulla tangenziale. Crescono così, spesso in famiglie dove i padri sono in carcere e le madri, per sbarcare il lunario, sono costrette a rivolgersi agli usurai, o a tenere la cocaina tra i guanciali». Ma nemmeno a Scampia Dio tiene i giovani all’oscuro del segreto della vita, «ché altrimenti – dice don Aniello – non troverei nemmeno il coraggio ogni mattina di ricominciare da capo. Non sono un assistente sociale, sono qui per portare Gesù Cristo, e basta. Per questo non ho accettato un “periodo di riposo” o il trasferimento, nemmeno dopo le minacce. Per questo non ho voluto la scorta. Come farei a fare il sacerdote con la scorta?».
«Suora, ha qualcosa?»
Don Aniello non vuole essere un prete di Gomorra. «Non siamo in un film. Quella è un’immagine distorta di Scampia, Secondigliano, Miano. È una faccia della medaglia, quella nera. C’è tanta criminalità, ma ci sono anche tanti buoni samaritani. Più di quelli che si vuol vedere, più di quelli che si vuol far credere». Lo sa benissimo che la camorra non la si sconfigge con le prediche: «L’Opera Don Guanella è una presenza, nient’altro. Accogliere sempre, aiutare quando è possibile. Il motto dei guanelliani è “Pane e Vangelo”, e proprio di questo c’è bisogno: il pane del lavoro per combattere una disoccupazione che colpisce tre famiglie su quattro, e il Vangelo, unica parola alternativa alla rassegnazione che scorre nelle vene di questa povera gente».
Suonano alla porta. È un tossicodipendente che bussa a soldi. Don Aniello lo sa, come sa che quella stessa assurda richiesta gli sarà rivolta altre tre o quattro volte durante la giornata. E così domani e dopo. Lui glielo spiega che i soldi per la droga non glieli dà, ma non è poi così semplice mandarli via, i visitors. Tornano a bussare, e quando non sono loro, sono i rom. Perché ai bordi del mondo dimenticato di Scampia stanno ben due campi nomadi.
«Sì, vengono qui a chiedere anche da noi», racconta suor Ornella delle poverelle di don Luigi Palazzolo. Con quattro sorelle manda avanti una piccola casa nel bel mezzo del quartiere. Fuori dall’uscio, allineati come uccelli in partenza dai fili della luce, stanno quattro straccioni: «Suora, ha qualcosa?». “Qualcosa” significa “qualunque cosa”. Con le altre religiose, Ornella prova a rispondere come può, «ma qui è un’emergenza continua». Suora ha un po’ di pane, suora ha dei pannolini, suora ha dei piatti, suora ha un pezzo di sapone, suora ha degli spiccioli che altrimenti mi tagliano la luce? Suora, suora, suora.
L’ex rapinatore che canta a Messa
«Metà della parrocchia, diciamo la metà maschile, è in carcere». Suor Ornella spiega che il carisma del suo ordine è «andare là dove non c’è nessuno», spingersi fin sul limite estremo del baratro del bisogno. Prima stava a Locri, «ha presente?». Dopo Locri c’è solo Scampia, e dopo Scampia c’è solo il carcere di Scampia. «Ci sono giovani là dentro abbandonati da tutti. Alcuni non hanno nemmeno le scarpe e si mettono il cellophane sui piedi. Uno, l’altro giorno mi ha chiesto una maglietta: la sua l’aveva scambiata per quattro sigarette». Suor Ornella arriva e distribuisce: fazzoletti, un bicchiere di shampoo, caramelle, francobolli, «uno mi ha chiesto un rosario». «Ma quando escono, che alternativa hanno? I più ricominciano, magari per pagare gli usurai con cui le mogli e le madri si sono indebitate per far fronte alle spese, mentre loro erano in prigione. Magari solo perché non hanno mai visto nulla di diverso, perché non sanno che può esserci un’alternativa, un’altra possibilità». Risolvere il bisogno immediato è il più semplice dei lavori, «il vero dramma è far loro cambiare mentalità. Il vero lavoro è quello educativo». A essere troppo generosi, a volte, si sbaglia. Un sacerdote faceva pulire i bagni a un gruppo di disoccupati. Quando capitò che non ne aveva più bisogno, i disoccupati tentarono di denunciarlo per sfruttamento. Altre volte, invece, funziona. Una donna con due figli, maltrattata dal marito tossicodipendente, s’è presa la terza media e ha iniziato a lavorare. Un altro, che faceva lo spacciatore, grazie all’aiuto delle suore e di don Aniello, ha messo la testa a posto. Un terzo, «un rapinatore di oreficerie», è stato in carcere, ne è uscito, oggi lavora e «canta a Messa».
Piccoli miracoli, «in un posto dove c’è tanto da fare». A pochi metri c’è un’altra piazza della droga. Girato qualche vicolo si arriva sulla strada dove, poco tempo fa, un pirata ha investito una donna e una bambina, uccidendole. Nessuno ha visto nulla. Ad agosto, in pieno giorno, la stessa sorte è toccata ad un anziano. Nessuno dei presenti è riuscito nemmeno a ricordare il colore dell’automobile fuggita. Qui, prima di denunciare qualcuno, ci si informa su chi è quel “qualcuno”.
«Qui la camorra è come la mutua»
Alle Vele hanno buttato giù le scale che portano dai ballatoi alle entrate degli appartamenti. È il rimedio ideato dagli abusivi per difendersi da altri abusivi, pronti a entrare in casa non appena qualcuno si assenti. Anni fa, davanti a queste enormi case popolari, la Cgil fece una manifestazione per il Primo maggio affinché le istituzioni dessero una risposta alla disoccupazione. Due tizi trovarono lavoro, e tutto tornò come prima. Anni fa tutte le famiglie delle Vele furono trasferite in nuovi appartamenti. Il risultato è stato che lo spaccio si è trasferito nei nuovi alloggi, ed è ricominciato anche alle Vele. Qui non c’è luogo che sfugga al controllo camorristico. Se vuoi vendere frutta e ortaggi a qualche angolo di strada, devi chiedere al boss. Se vuoi ottenere uno spazio al mercato rionale, devi chiedere al boss. «La camorra funziona come la mutua, è il vero ammortizzatore sociale di Scampia: la camorra paga il dottore, il dentista, l’oculista a circa ventimila famiglie. Quando la polizia arresta il boss, le donne scendono in strada a piangere e urlare perché viene a mancare loro la prima fonte di sostentamento».
In tanti, che volevano cambiare vita sono passati da don Aniello. Qualche anno fa si confidò con lui Giuseppe Sarno, fratello del boss Costantino. «Era sinceramente stanco di quella sua vita. Voleva farla finita, mi chiese un aiuto». Passarono due giorni e il volto del giovane fu crivellato di colpi ad un incrocio tra due vie del quartiere. «Con quella faccia così sfigurata i parenti non poterono neppure esporre la salma nei giorni precedenti il funerale». Una volta a don Aniello hanno rubato la Uno e poi gli hanno telefonato: «Se la rivuoi devi darci i soldi». È il cosiddetto cavallo di ritorno: ti rubo l’auto e te le riconsegno, previo pagamento. «Che cosa ho risposto? Che se la tenessero. Credo l’abbiano smontata e rivenduta a pezzi». Alcune di queste vicende don Aniello le ha raccontate tre settimane fa anche a una troupe televisiva. In seguito alla messa in onda del servizio gli sono giunte minacce di «farla finita». Non è la prima volta che accade, non è la prima volta che qualcuno dice a don Aniello di stare attento «che altrimenti ti spariamo in mezzo alle gambe». Lui non ci tiene a fare l’eroe, «non c’è bisogno di questo», dice.
Ricostruire le famiglie
Quel di cui c’è bisogno sono le urla dei bambini che corrono dietro un pallone sull’asfalto del piazzale dell’oratorio. Simpatici ragazzini fuor di senno che solo qui hanno uno spazio dove figurarsi imprese balistiche alla Maradona o alla Lavezzi. Il semiconvitto Don Guanella fa da luogo di studio, oratorio, centro gravitazionale per 280 minori a rischio. Teatro, squadre di calcio, corsi di musica. Soprattutto un modo diverso di intendere la vita. I ragazzi che aiutano il sacerdote si sono costituiti in cooperativa e prestano opera nel centro e per le vie del quartiere. «Tante volte ti tocca raccontare solo delle sconfitte», affermano. «Eppure ti può anche capitare di scoprire che tu per questi bambini sei qualcosa di diverso da quello cui li ha abituati la vita», spiega una ragazza. «Di diverso dal punto di partenza: una famiglia allo sbando, ragazze madri, stupri, genitori in carcere, droga, violenze di ogni tipo».
Eppure, sebbene le condizioni date siano tali, per don Aniello il punto di riscatto «non può essere un altro se non la famiglia. Per questo mi sono inventato il catechismo intergenerazionale. Entrambi, o almeno uno dei genitori, devono accompagnare i figli durante le ore di catechesi. Bisogna coinvolgere anche loro nei passi educativi. Altrimenti, tutto quanto di buono possiamo fare va irrimediabilmente perduto».
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