19 settembre 2000
Molti lettori mi hanno scritto a proposito del mio articolo dell'agosto scorso su alcuni dubbi in riferimento alle giornate di Torvergata. Molte di queste lettere dicono cose accettabili e concordano su un punto: che sono vecchio e non ho mai partecipato a manifestazioni oceaniche come è stata questa. È vero, verissimo, a 90 anni è difficile che uno possa fare cose di tanto impegno, ma uno di questi lettori mi invita a uscire e a lasciare da parte i testi su cui mi sono formato. Anche questo non lo posso fare a patto di non leggere più né Maritain né Pascal (di cui è uscito il secondo volume delle Opere nella Pléiade). A Maritain mi ricollego e su di lui mi soffermo ancora perché proprio in questi giorni è stato tradotto in italiano nelle edizioni Passigli il Dialogo sulla fede (pagine 126, lire 14.000).
In realtà è la corrispondenza fra Cocteau, tentato dalla fede, e un filosofo, Jacques Maritain, il quale proprio nella prima lettera si domanda: "Cosa sono io? Un convertito, un uomo che Dio ha rivoltato come un guanto, tutte le cuciture sono fuori, la scorza è dentro e non serve più a niente. Un animale del genere fa fatica a ritenersi qualcosa, ha voglia di chiedere perdono agli altri per la sua esistenza. Le loro pellicce, i loro gusci lo impressionano. So che capisce, anche se nel suo caso non si è trattato di abbandonare l'eresia per la fede, ma solo di riprendere il proprio banco in chiesa; il suo Angelo le teneva il posto e tutte le mattine scriveva il suo nome sull'inginocchiatoio". Ma le cose più importanti vengono dopo questo piccolo e breve incipit di cortesie, una sorta di marivaudage. Nel testo della lettera di Maritain, il lettore che mi saluta "senza affetto", non solo, ma uomini di Chiesa, potrebbero trovare materia di meditazione "seduta" e non in mezzo a migliaia di uomini. Per esempio questo passo: "Mirare sempre alla testa, diceva Léon Bloy, per essere certi di non arrivare mai a colpire il cuore. Come lei, penso che il luogo in cui gli estremi si toccano, sia, per l'intelligenza, un luogo di elezione.
Dove si incrociano i bracci della croce: l'unico punto da cui si vede bene. Infine sono con lei nel dire e ridire che comunque senza l'amore non si potrà mai fare niente di buono". E ancora: "Il giusto amore è la regola suprema del poeta che ama la propria opera e del Santo che ama Dio. Amate, diceva Sant'Agostino, e fate ciò che volete... Ma l'amore spesso presuppone la conoscenza. Se non passa attraverso il Verbo, non procede nello spirito, ma nella violenza. Senza l'intelligenza non si può fare niente. Dove non c'è fede, non c'è carità". Ecco un punto sul quale potrebbe tornare il Cardinale Ratzinger, il quale obbedisce ancora alla regola che fuori della Chiesa cattolica non c'è salvezza. E sembra fare altrettanto il Cardinale di Bologna, Monsignor Biffi. Ma sarà proprio vero che i non credenti o i credenti di altre religioni non possono a loro modo trovare la loro salvezza? Molte volte mi era capitato di osservare insieme ad Arturo Carlo Iemolo che ci sono molti atei, molti agnostici che conducono una vita molto più onesta e libera spiritualmente di noi cattolici. Sarà proprio vero che la salvezza sia soltanto dentro il recinto della Chiesa cattolica? Sempre Maritain a proposito degli ebrei osservava: "Ho conosciuto degli ebrei orgogliosi, corrotti, e ne ho conosciuto soprattutto di generosi, dal cuore ingenuo e grande, nati poveri e morti più poveri ancora, senza il senso del lucro né dell'economia, felici più di dare che di ricevere". Qui siamo nella linea indicata da Giovanni Paolo II. Come si vede da ciò che ho detto fino adesso, servendomi delle parole di Maritain, la conversione deve essere dibattuta, contrastata e quotidianamente scrutata. Tutte cose purtroppo che si fanno non in pubblico, ma pensando, dialogando, confrontandosi con gli altri e non camminando insieme e ripetendo delle formule, per quanto appassionate. Certo questa è l'opinione di un vecchio che è stato formato dalle lezioni di quelli che raccomandavano l'umiltà della fede e stavano fuori del mondo.
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