giovedì 18 dicembre 2008

le lacrime del martire

Un medico e scrittore ebreo di Salonicco - nipote del rabbino Yehuda Nehama e cittadino italiano dal 1919 - con la sua famiglia subì la persecuzione nazifascista e durante l'occupazione di Roma trovò rifugio nel convento di San Francesco in via Merulana. Pubblichiamo un suo testo inedito.


di Saul Israel, L'Osservatore Romano
15 novembre 2008


Nella corrente lontana dei ricordi, la scomparsa di quelle persone che cristallizzarono intorno a sé un largo ciclo di esperienze sentimentali e spirituali, segna una frana profonda che divide il passato in isole di ricordi al centro delle quali emerge una di quelle figure. Intorno a queste isole si forma un vuoto incolmabile che le tiene separate le une dalle altre. Nessuno sforzo della fantasia spinto dal più accorato desiderio, riesce a eliminare questa irriducibile soluzione di continuità e questi singoli episodi della nostra storia personale si ripresentano ogni tanto alla memoria come vaganti alla deriva nell'oceano del passato.
Così è stato per la morte della mia nonna paterna, per la morte di mio fratello, di mio padre, di mia madre. Ognuno di loro s'è portato con sé quella porzione del mio passato che era strettamente legata alla loro presenza e che tuttora rimane aderente alla loro ombra e che si illumina della fioca luce della loro esistenza fantomatica, trascinata dalle onde silenziose dell'oblio da dove riesce penosamente a sollevarla per poco l'accorata nostalgia degli affetti lontani. Questo passato mi sfugge, si allontana e minaccia a ogni istante di confondersi con tante cose sognate o immaginate e mi par di assistere al miracolo di una resurrezione quando, ogni tanto, dei sussulti di vita lo scuotono e lo fanno vibrare con la medesima intensità delle cose reali.
Esiste una forza misteriosa che riesce a condurre vicino alla nostra realtà più attuale questi ricordi vaghi e a renderli presenti per qualche istante. Allora essi diventano così simili al presente da poter perfino immaginare che si stiano svolgendo accanto a noi. La forza che più di tutte riesce a realizzare questa trasfigurazione miracolosa è il dolore, quell'acre dolore che contiene il presentimento della morte. Con l'aleggiare della fine suprema si spande nell'animo un cupo bagliore che illumina di una luce tenue, ma insolitamente limpida, dei tratti più o meno estesi del nostro passato e ne fa apparire con precisione impressionante molte linee sbiadite dall'oblio.
Nel convento in cui ero rifugiato durante la persecuzione, io l'attendevo quella morte, con una malinconia placida percorsa da una impercettibile vibrazione di gioia. C'era nel dolore del distacco da tutto quello che amavo e che non volevo rimanesse avvolto nella disperazione causata dalla mia perdita, come un'attesa mistica. La mia persona si dilatava nel sentirsi consacrata al medesimo sacrificio al quale erano stati già immolati mio fratello, mia sorella e centinaia di altre vittime.
Il sole era calato da poco dietro l'orizzonte e l'aria cominciava a tingersi delle prime chiazze trasparenti della penombra della notte, ancora diluita nei colori smaglianti del crepuscolo. Il silenzio scendeva lento e insensibile come l'oscurità e da esso si staccavano improvvisamente delle voci che non erano state ancora udite: dei cinguettii brevi e discreti che somigliavano a richiami affettuosi di una madre che, al momento di chiudere l'uscio di casa, chiama il bambino che gioca in mezzo alla strada. Poi, a poco a poco, inavvertitamente, tutto taceva mentre i profili delle cose cominciavano a perdersi nell'ombra che stava diventando più continua e più densa. La camera nella quale mi trovavo era quasi completamente immersa nel buio e mi sentivo straordinariamente isolato, quasi sollevato nel vuoto dal silenzio e dall'oscurità. Vicino a me, nel convento, percepivo un lieve mormorio di preghiera.
Forse fu questo mormorio che sembrava più immaginato che realmente percepito, che fece sorgere dal più profondo del passato, la figura venerabile di nonna Esmeralda; forse questo mormorio di preghiera era già da tempo nel mio desiderio.
Rividi nella mia fantasia semiassopita, la mia buona nonna, proprio come l'avevo conosciuta da fanciullo. Nella imprecisione che la penombra dava ai contorni delle cose che mi circondavano, mi era straordinariamente facile adattare a essi le linee degli oggetti e delle persone che stavo rievocando. Non esitai a immaginare di essere sdraiato sul divano della sala della nonna, gli occhi chiusi, mentre la nonna e gli altri familiari erano usciti e stavano nella camera attigua. La rievocazione diventava a poco a poco più completa: la figura della nonna emergeva spontaneamente dal passato, abbellita dalla maestà particolare delle cose che hanno varcato le soglie della vita e dai colori e dagli accenti che mi rendono così attraenti i ricordi dell'infanzia. Quanta sublime semplicità nella persona esile e piccola di quella vecchia, quanta dolcezza nella sua voce e quanta tenerezza nei suoi accenti modulati!
Rivedevo un tramonto splendido e sereno come questo. La sala nella quale ci raccoglievamo attorno alla nonna era lunga e larga, forse molto più grande della realtà, per i miei occhi di bambino. Era il venerdì sera. Mio padre aveva da poco officiato l'arvith, nel grande corridoio prospiciente i ballatoi che davano sul vastissimo cortile, campo dei nostri giochi. Le trenta o quaranta persone che avevano partecipato alla funzione si erano tutte ritirate dopo aver scambiato gli auguri e le benedizioni per il sabato entrato ormai nella natura e negli animi. Il corridoio era rimasto deserto, illuminato da due enormi lumi a petrolio che troneggiavano, ognuno su di un tavolo apparecchiato festosamente per il rito del sabato, con il tovagliato candidissimo e la piccola cesta contenente il pane della benedizione. Dal soffitto scendeva fino a quasi un metro da ogni tavolo, sospesa da una lunga catena di metallo lucido, una campana di vetro con rituale lucignolo immerso nell'olio che immetteva nella luce della lampada a petrolio dei chiarori tiepidi e vibranti.
Nonna Esmeralda ci riceveva nella sala a destra, in fondo al corridoio. Dopo averci dato le mani da baciare, ci abbracciava uno per uno e ci dava la benedizione; poi conduceva mio padre davanti alla finestra, ne scostava la tendina per scoprire un lembo di cielo stellato e, gli occhi sollevati in quella direzione, nonna Esmeralda diceva la sua benedizione fra lacrime silenziose di tenerezza: Yevarehéha Adonáy, Veischmeréha.
Come vibrava nella mia memoria, durante questa evocazione, la voce sommessa della nonna, e come la sua immagine e quella di mio padre mi apparivano chiare e nette, simili al ricordo di cose e fatti accaduti poche ore prima! Soltanto la certezza immanente della loro morte che li separava inesorabilmente da me, dava alle loro parole e alle loro figure quella opacità che è caratteristica delle cose definitivamente scomparse.
Nel ritrovarvi in questa realtà rivestita di sogno, o mio padre, o mia nonna, mi sentivo ritrovato da voi come se foste stati i primi a cercarmi; sentivo la mia presenza diventata già simile alla vostra, dotata di una consistenza immateriale, come se mi stessi familiarizzando con la morte. Voi mi riportavate in quell'istante le preghiere della mia infanzia, quelle sublimi preghiere che sempre, allora come oggi, riescono a staccare il mio spirito dalle abitudini e a riportarlo, attraverso la sacra comunione della famiglia, a una più vasta comunione che si dilata indefinitamente.
Nonna Esmeralda! In queste preghiere ho ricomposto come in un sudario sublime la tua persona, quelle di mio padre e dei miei fratelli. Quando mi riappari, io ti rivedo soltanto in quell'atteggiamento di invocazione nel quale ti ho sempre vista e conosciuta; la tua voce stessa mi sembra fatta soltanto di accenti di preghiera e di benedizione: Yevarehéha Adonáy Veischmeréha. Che il Signore ci custodisca sotto le ali del suo amore dove la vita non ha avuto inizio e non avrà mai fine. Nonna Esmeralda! In questo istante in cui sono riuscito a vincere l'angoscia della prossimità della morte, che questa stessa benedizione mi accolga e mi avvolga nello stesso sudario che avvolge tutti i nostri scomparsi. Ti sento oggi molto vicina e sento che la tua voce tremula sta già pronunciando la dolce invocazione per il figlio di tuo figlio. Quel mormorio sommesso, nel tenue chiarore della notte che sta calando, contiene non soltanto dei dolci ricordi ma degli impeti di una forza inverosimile.
Nonna Esmeralda! Forse fra qualche giorno molti ancora di noi saranno scomparsi nei turbini di un odio spaventoso e saranno diventati delle ombre come te; forse fra qualche giorno io sarò con loro... ma non mi opprime più il pensiero di dover anticipare di alcuni anni l'esperienza del trapasso poiché il suo approssimarsi ravviva nell'animo sentimenti così sublimi.
Così pensavo mentre nella fantasia leggermente eccitata dalle ombre sempre più dense della notte sopraggiunta e dal silenzio divenuto più sordo le visioni del mio passato si snodavano con un ritmo lento ma ininterrotto. Di là dalla mia camera veniva un mormorio sommesso, animato da un cantilena che non mi era affatto nuova: erano i frati che recitavano le loro preghiere mentre scendevano nel refettorio. Le loro voci e l'inflessione stessa delle loro preghiere si innestavano perfettamente nelle voci che la memoria mi stava riportando; sembrava che ne fossero la continuazione e talvolta mi pareva che fossero le voci udite in quegli anni lontani, nelle Yeshivóth, che perforavano le dense nebbie del passato riuscendo a rendersi distinte e presenti. Senza dimenticare un solo istante che quella era la preghiera dei frati che mi ospitavano, io riuscivo a fondere perfettamente questa realtà con la visione che mi stava ossessionando: uno spirito comune amalgamava questa visione con questa realtà e ne faceva una realtà unica e dall'una e dall'altra scaturivano indifferentemente delle associazioni che intrecciavano insieme le due diverse vicende.
Dopo un tempo indeterminato di assopimento, durante il quale non mi fu più possibile nemmeno pensare, mi si riaffacciarono improvvisamente le percezioni delle cose che mi circondavano. Nella mia camera l'oscurità era appena attenuata da un vago chiarore che veniva dal cielo limpidissimo, illuminato dalle prime stelle, mentre i rumori si erano ridotti a qualche scricchiolio, a qualche fruscio di foglie e a un brusio lontano che veniva dalla città. Quest'ultimo brusio era la parte più estranea al mio essere, non apparteneva più al mondo nel quale stavo vivendo la mia strana vita di uomo nascosto e braccato. Ero quasi contento di sentirmene fuori. Ma questa contentezza fu improvvisamente rotta dalla stretta terribile che mi causò il pensiero del dolore che avrei lasciato dietro di me, del pianto sconsolato di mia moglie. Questa morte io non la volevo, non l'avevo mai desiderata e perciò il dolore che essa avrebbe provocato non sarebbe stato il frutto di una mia debolezza, di una mia colpa. Eppure esso mi penetrava insensibilmente nell'animo e cominciava a farmi del male; lo sentivo riecheggiare in me stesso e invadere a poco a poco tutto il mio spirito. Perché dunque ricevere tanta serenità all'approssimarsi della morte e non poterne donare nemmeno una piccola porzione?
Questa lugubre visione della disperazione che avrebbe accompagnato la mia scomparsa scosse e ruppe il mio equilibrio con un'angoscia insopportabile. Invocai allora un soccorso fuori di me; invocai di nuovo la voce pregante di nonna Esmeralda; invocai il miracolo di un'allucinazione davanti alla quale invocare pietà e consolazione per chi sarebbe rimasta senza di me. I miei occhi frugarono nel buio nella folle speranza di scoprire questa apparizione...
Tutto intorno a me mi appariva ora simile a quei luoghi sacri al ricordo. Come somigliava questa tranquillità attraversata dagli ultimi aneliti di vita del tramonto, ai tramonti che avevo conosciuti durante la mia infanzia! Il cinguettio degli uccelli udito trent'anni prima mi appariva lontano non più di quello udito mezz'ora fa e si sovrapponeva a esso nella memoria. Si sovrapponevano anche le immagini degli alberi e persino la forma della stanza che, nella penombra, non aveva più dimensioni precise; e quel mormorio di preghiera che avevo udito poco prima venire dalle sale del convento si sovrapponeva perfettamente alla medesima cadenza delle preghiere ascoltate e recitate tanti anni prima. Sulla scrivania doveva trovarsi una Bibbia in lingua ebraica che mi era stata prestata, con tanto senso di umana comprensione, da padre F., e di cui riuscivo a individuare la sagoma nell'ombra. Tutto era qui come nella Yeshivà e, come nella sala della nonna, vi spirava la medesima armonia, ravvisavo le medesime parvenze. Come era mai possibile ritrovare tanta somiglianza di atteggiamenti e di accenti, che evocavano identici affetti e identiche reazioni spirituali, a tanta distanza di tempo e in tanta apparente diversità di esperienze?
Perfino quel crocefisso di cui scorgevo le linee al di sopra del letto, si confondeva intimamente con tutte quelle immagini e veniva avvolto nella medesima atmosfera di famiglia dalla quale scaturiva l'ombra di nonna Esmeralda. Forse era per la presenza di quella Bibbia scritta con quei caratteri la cui forma era direttamente e naturalmente associata alla preghiera, alla mia preghiera che era così simile nel tono e nell'inflessione a quella dei frati.
Dalle mie labbra usci spontanea l'invocazione che, fin dai tempi più remoti della nostra storia, i padri dei nostri padri, tutti quelli che hanno creduto, che hanno avuto come scolpita nella carne e fusa nel sangue la fede del Dio Unico di misericordia e di verità, hanno sempre pronunciata con animo commosso, nel momento in cui il martirio spreme la preghiera dall'animo del popolo come il frantoio spreme l'olio dall'oliva. Questa invocazione la pronunciai nella lingua sacra, davanti al crocefisso, avendo presenti nella fantasia le immagini dei miei morti: Shemáh Israél Adonáy Elohénu, Adonáy Ehád. Queste parole che io pronuncio nella lingua che fu tua più di quanto non è stata mia, o martire di una passione che pesa ancora sul tuo popolo, queste parole che hai sentito pronunciare da tua madre e che tu stesso pronunciasti chissà quante volte, io le ripeto davanti a te. Nel tuo martirio è simboleggiato il martirio millenario della gente del tuo sangue e della tua fede, che viene di nuovo inchiodata su di una croce, su cui sale e risale incessantemente, dopo innumerevoli resurrezioni. È nel nome di questo martirio che purifica l'uomo dall'errore, è nel nome di tanti innocenti, che dobbiamo giurare di estirpare per sempre l'oppressione del corpo e dello spirito; di spegnere quell'odio che viene inculcato in nome di presunte verità; sapendo che la verità che si serve della violenza e dell'insidia è un'atroce e diabolica menzogna, anche se invocata in nome di Dio. Io mi raccolgo con te, insieme alle anime di tanti innocenti torturati a causa della loro fede, in una consanguineità che supera quella della carne, sotto le ali della preghiera, di quella preghiera che la voce morta di nonna Esmeralda mi riporta oggi da lontano, come una dolce onda che nasconde le sue scaturigini nel passato più remoto che si possa immaginare: Yevarehéha Adonáy Veischmeréha. Che il Signore ci benedica e ci custodisca tutti, sotto le ali dove la vita non ha avuto inizio e non avrà mai fine; dove le lacrime del martire bagnano anche gli occhi dell'oppressore, dove la violenza si risolve nella quiete come il sonno del febbricitante mentre il male sta per lasciarlo.

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