di Giorgio Israel, Tempi
21 novembre 2008
La vicenda del professore di un liceo romano che, dopo un viaggio della scolaresca ad Auschwitz, ha proclamato che lo sterminio degli ebrei è un’invenzione degli inglesi, impone una riflessione. Non tanto per l’episodio in sé: una persona che sostiene che il film di Hitchcock sul campo di Bergen Belsen non è un documento attendibile in quanto il celebre regista era ebreo (il che è pure falso) esprime un partito preso talmente smaccato da rappresentare solo se stessa. Tuttavia, da anni si danno testimonianze del fatto che i viaggi nei campi di sterminio non producono risultati significativi e, in certi casi, producono persino reazioni negative. È giunto il momento di un bilancio serio dei risultati ottenuti con l’esplosione delle iniziative commemorative della Shoah da quando è stata istituita la Giornata della memoria. Che tale esplosione vi sia stata, e a livelli imponenti, è difficile negarlo: viaggi scolastici nei campi, convegni di ogni sorta, incontri, conferenze, pubblicazioni, filmati, iniziative scolastiche, mostre, master, dottorati, centri di studio. Non c’è regione, provincia, comune che non prenda la sua iniziativa della “memoria”, con imponente dispendio di mezzi.
A fronte di risultati positivi sul piano della conoscenza dei fatti storici, che certamente ci sono, occorre prendere atto di risvolti molto negativi. Provo ad elencarne alcuni. In primo luogo, l’elevazione della Shoah a tragedia assolutamente unica e inconfrontabile con qualsiasi altro evento avvenuto nella storia o – come qualcuno si spinge sconsideratamente a dire – che avverrà. Ciò è fonte di due reazioni diverse e parimenti patologiche: l’irritazione nei confronti della tragedia ebraica perché oscurerebbe altri stermini presentandoli come meno meritevoli di considerazione e di pietà; la tendenza a riferirsi alla Shoah come modello ed emblema di qualsiasi cosa si voglia condannare nei termini più forti, non essendovi nulla di più efferato di essa. Di qui, con apparente paradosso, la banalizzazione della Shoah di cui si vedono manifestazioni sempre più frequenti: dal caso degli insegnanti che sfilano con la stella gialla appuntata al petto, volendo significare che il governo sta preparando la loro strage, a quello dell’ex ministro dell’Università Fabio Mussi che proclama che «è in atto un Olocausto di migliaia e migliaia di ricercatori». Inoltre, questa riduzione della Shoah a evento metafisico o a simbolo di qualsiasi cosa vada storta dissolve il riferimento concreto agli ebrei, e persino lo trasforma in qualcosa di negativo, quando – come accade spesso nelle suddette manifestazioni – si coglie l’occasione per rimproverare agli ebrei vivi di fare oggi agli altri (nella fattispecie i palestinesi) quel che patirono i loro morti. E anche quando gli ebrei vivi non sono visti così negativamente, essi finiscono con l’apparire come strani esseri la cui prevalente funzione è quella di sacerdoti del ricordo dell’ingiustizia subìta, anziché come persone concretamente inserite nella realtà storica attuale e portatrici di una cultura viva e di valore universale.
Il discorso è complesso. Ma sarebbe saggio rifletterci seriamente e in fretta. Forse occorrerebbe concentrarsi su poche iniziative realmente efficaci: strutture stabili come il costituendo museo della Shoah e un insegnamento storico serio inserito nei programmi scolastici. Bisogna tagliare drasticamente gli “eventi”, che sono per lo più fiere di vanità per oratori animati da interessi di altra natura e sperpero di denaro pubblico; come lo è la grande maggioranza degli “eventi” che affliggono la cultura e la scuola.
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