JEAN- CLAUDE GUILLEBAUD, Avvenire
10 settembre 2008
«Ma lei è cristiano, sì o no?» Ci sono domande che ti assediano, così, di botto, quando uno non se le poneva più. Si disinteressava. Pensava di averle superate. Forse, giorno dopo giorno si sottraeva, senza saperlo. Conferenze, incontri, dibattiti: sono gli altri che in tali contesti pubblici mi hanno incalzato, e senza mezzi termini. All’inizio, la loro curiosità mi infastidiva. Mancava poco che la percepissi come sconveniente. Ero cristiano? Ma io stesso me ne rendevo conto forse? È una qualità – o un’identità – di cui, in ogni caso, non avevo intenzione di fregiarmi. Presagivo che la questione, prima o poi, si sarebbe ripresentata ma, senza un calcolo deliberato, rimanevo nel vago, nell’ambiguità, nel non-detto.
Dichiararmi cristiano mi sarebbe sembrato presuntuoso per non dire magniloquente, ma sostenere il contrario sarebbe stata vigliaccheria. Allora? Rimandavo a più tardi, spingendo in avanti la suddetta questione, come un bagaglio con il lucchetto, un po’ ingombrante. E non andavo a messa. Poi arriva un momento in cui il bagaglio bisogna aprirlo sul serio. Non è semplice.
Allora, sono cristiano? Capisco meglio, adesso, il torpore spirituale, la prostrazione istintiva, la prudenza pigra che mi assalivano appena mi avvicinavo con il pensiero a tale questione centrale. Reagivo come chiunque. Rispondere in modo diretto, spiegarsi senza raggiri esige che si accetti di «mollare la presa». Che cosa vuol dire? Vuol dire che si rinuncerà per quanto possibile all’eloquenza, al calcolo.
Mentre scrivo penso alla sorte che «questo» tempo riserva ai cristiani. Parlo qui non certo di «persecuzione» propriamente detta (sarebbe un’idiozia), ma di quella derisione beffarda che pervade la nostra epoca e agita i media, soprattutto a sinistra, dove si situano perlopiù i miei amici. Si ama indicare chi si palesa credente come se fosse uno zombi arcaico, amputato di una parte di sé, votato a una credulità che fa sorridere o addirittura scatena ostilità. Negli ambienti filosofici e scientifici la messa al bando è d’obbligo. Come potrebbe pretendere di pensare razionalmente chi si commuove ancora con queste «favole»? Può porsi come interlocutore e ricercatore serio chi non è riuscito a rompere una volta per tutte con l’eredità delle superstizioni o non si è augurato di farlo? Ma pensa! Preoccuparsi ancora di significato, ontologia, metafisica!
Non è la vivacità ostile di questi discorsi che mi colpisce. I cristiani, dopo tutto, di fronte alla disputa che accompagna fin dalle origini la storia del cristianesimo non si sono mai tirati indietro. Il confronto con un discorso ostile, anche violento, è un’evenienza di cui occorre accettare la durezza. Forse anche rallegrarsene. Qualunque convinzione non deve forse «dare ragione» di sé, salvo rimanere nell’oscurantismo o nel sentimentalismo?
Di libro in libro ho tentato, da parte mia, di prendere sul serio le argomentazioni anticristiane. Ho avuto cura, per quanto sono stato in grado, di mettere a confronto il cristianesimo con le critiche più severe, quelle che arrivavano a ricusarne il fondamento. In uno dei suoi saggi, Jacques Ellul racconta che, uscito dall’adolescenza e sentendo rinascere in lui la fede cristiana, si affrettò a leggere – o rileggere – i grandi autori anticristiani per mettere alla prova la sua fede ritrovata. Non fu mai ostacolato dalla vivacità o dalla violenza di quei testi.
No, è la superbia e la degnazione spesso incolta – per non dire ignorante – di certe requisitorie contemporanee che mi irritano, soprattutto quando sono intimamente vissute come ferite dagli uomini e dalle donne che incontro. Queste requisitorie non hanno più niente a che vedere con una controversia documentata. Derivano da un imperativo pieno d’odio, molto vicino, in fondo, a ciò che furono gli anatemi ideologici del XX secolo. Si vorrebbero convincere i cristiani che non solo sono reazionari, come si usa dire, ma anche oramai esclusi dalla storia delle idee. Sono out o, come si scrive nei settimanali, irrimediabilmente «in ribasso ». Penso anche a certi autori come il fenomenologo Michel Henry o il romanziere Frédéric Boyer che furono a lungo lodati dalla critica per il loro lavoro e i loro libri, fino al giorno in cui confessarono la loro inclinazione cristiana. Allora lessero recensioni beffarde o falsamente dispiaciute nelle pagine letterarie di alcuni grandi giornali. Ne furono sopraffatti, per quanto avessero gli strumenti per difendersi. Ma che dire dei credenti comuni, quelli che non hanno accesso ad alcuna tribuna e giorno dopo giorno devono incassare questo disprezzo calato dall’alto? Un disprezzo che in fondo mi sembra non solo ingiusto ma intellettualmente bizzarro.
Questa ignoranza della teologia la si ritrova perfino presso gli intellettuali o gli universitari che professano di «combattere l’oscurantismo religioso ». Tutta la storia del cristianesimo, a sentir loro, è ridotta a una spaventosa successione di crociate, inquisizioni, violenze clericali, mentre i grandi autori della tradizione ebraica o cristiana vengono presentati come manipolatori o, nel migliore dei casi, come spiriti sempliciotti.
Chi, oggi, parla delle dure lotte giuridiche portate avanti dalla Chiesa nel tentativo di mitigare la violenza medievale («pace di Dio», «tregua di Dio», interdizione progressiva delle ordalie, eccetera)? Chi ricorda le opere di assistenza ospedaliera o educativa perseguite di secolo in secolo? In breve, chi conserva almeno memoria di ciò che un semplice studente di diritto dell’università laica e repubblicana imparava ancora negli anni ’60? Nessuno, naturalmente. L’intera storia del cristianesimo non è più ripercorsa se non nell’ottica di una demonizzazione a oltranza. Anche l’Inquisizione ha quindi cambiato campo. In questo contesto, molti cristiani d’oggi reagiscono emotivamente e cedono a reazioni contraddittorie. Primo riflesso: rasentano i muri e tacciono prudentemente la loro fede, come facevano negli anni postbellici ma soprattutto durante i decenni ’60 e ’70, di fronte alle grandi intimidazioni marxiste, sartriane o strutturaliste. Al di là della contrizione e del pentimento, acconsentono a divenire degli impotenti, assenti dal dibattito contemporaneo, perfino afasici. Questa prudenza eccessiva non mi soddisfa. È parente della resa e rende tutto troppo facile all’aggressività di cui è circondata, all’incultura generalizzata o al cinismo diffuso. Lascia intendere che la tradizione cristiana sarebbe un arcaismo residuo che, pur rimanendo rispettabile, non ha più niente da dire rispetto al mondo del XXI secolo. Pone l’adesione al cristianesimo nel capitolo degli affetti elementari, delle effusioni intime che non sarebbero in grado di allargarsi a ciò che compete all’intelligenza e alla ragionevolezza. Il cristianesimo, si lascia intendere, storicamente è forse apprezzabile ma nel senso stretto del termine non ha più voce in capitolo. Io invece, sono convinto del contrario.
«Non c’è persecuzione, ma quella derisione beffarda che agita i media e indica il credente come un essere arcaico amputato di parte di sé, votato alla credulità»
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