La felicità è il martirio; la somma felicità in questo mondo, il solo bene invidiabile e desiderabile. Essere fatto a pezzi, essere bruciati vivi, ingoiare piombo fuso per amore di Gesù Cristo, essere un giorno il martire, il testimone insanguinato di Colui che riderà l'ultimo giorno. Sogno di un esiliato dal Paradiso, sogno di un povero che non vedrà il mondo se non attraverso una pioggia di lacrime. Dopo Gesù Cristo, il popolo di Dio siamo tutti noi: io, il falegname, il fabbro, l'impiegato, lo spazzino, il poeta. Il popolo di Dio è tutto ciò che è povero, tutto ciò che soffre, tutto ciò che è profondamente umile: è l'immenso gregge nella solitudine, la moltitudine dei cuori tristi alla ricerca del Paradiso. Non si entra in Paradiso domani, né dopodomani, né tra dieci anni: vi si entra quando si è miserabili e crocefissi.
Ma non ho subito la miseria, l'ho sposata per amore, avendo potuto scegliere un'altra compagna. La miseria è la mancanza del necessario, la povertà è la mancanza del superfluo. Più andremo verso Dio, più saremo uniti, cioè avvicinati. Gli esseri umani non sono paralleli, ma convergenti e Dio è il loro fuoco. Ogni anima è un raggio della divinità da cui è partita, come da un sole e da cui un giorno dovrà essere riassorbita. L'uomo è posto così vicino a Dio, che la parola povertà è espressione di tenerezza. Quando il cuore scoppia di compassione e di amore, quando non si può quasi più trattenere le lacrime, è la parola povero che viene alle labbra. Ogni uomo che fa un atto libero, proietta la sua personalità nell'infinito. Se dà un soldo al povero, con cuore cattivo, questo soldo fora la mano del povero, cade, fora la terra, trapassa il sole, traversa il firmamento e compromette l'universo. C'è un solo mezzo per non spogliare gli altri, spogliare se stessi.
domenica 29 giugno 2008
paradiso
Leon Bloy, Pellegrino dell' infinito
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