Nell’Haggadà di Pésach sono menzionati i ‘quattro figli’: il saggio, il malvagio, l’ingenuo e colui che non è in grado di porre domande.
Queste quattro categorie si riferiscono al comandamento di raccontare, di tramandare e di spiegare la storia dell’esodo, le tradizioni dei nostri padri così come il messaggio e i simboli di questa ricorrenza ad ognuno dei nostri figli prendendo in considerazione l’indole di ciascuno.
Il Rebbe ha spiegato che nelle ultime generazioni esiste anche un ‘quinto’ figlio che si distingue daglialtri quattro in quanto questi non è neanche seduto intorno al tavolo del seder in contrapposizione aglialtri quattro.
Questo tipo di figlio si è talmente allontanato dalla Torà, che non è neppure edotto dell’esistenza di un seder o che addirittura ne sa qualcosa ma non prova un minimo sentimento di appartenenza al suo popolo e quindi non vede la necessità di parteciparvi.
Spetta a noi andare incontro a questo ‘quinto figlio’ e attirarlo verso di noi, affinché egli assista al seder assieme ai suoi fratelli.
Aprire casa a tutti
La frase con cui cominciamo l’Haggadà ha un significato analogo. Leggiamo infatti: “Kol dichfin iete veiochal... colui che ha bisogno venga e mangi...”; queste parole si riferiscono ai poveri, a coloro che forse vivono per strada e non sanno dove celebrare il seder e ci insegnano che è nostro dovere invitarli e pensare a loro prima ancora di festeggiare la redenzione dall’Egitto.
Quando si parla di poveri e bisognosi non ci si riferisce solo a chi non ha mezzi economici.
Nella categoria dei poveri vengono incluse anche le persone sprovviste spiritualmente, lontani dalla Torà e dalle Mitzvòt. E’ nostro dovere cercarli ed invitarli calorosamente far loro assaggiare le nostre tradizioni per rendere la loro vita più illuminata e piena di significato.
Non si può festeggiare Pésach a cuor leggero finché non si è fatto tutto il possibile per riportare il ‘quinto figlio’ a casa, alla tavola del seder. Questo è il messaggio dell’Haggadà di Pésach e solo mettendolo in pratica potremo giungere al “Leshanà habaà biyerushalaim, l’anno prossimo a Gerusalemme”, con la venuta immediata del Messia.
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