lunedì 7 marzo 2011

la pupilla del mondo


Amore e sangue nella pupilla del mondo

di Gianfranco Ravasi, Jesus
1 gennaio 2001

Del travaglio che tormenta la Terra Santa, vittima di amori troppo radicali ed esclusivi, potremmo assumere a emblema Gerusalemme, il cui nome risuona 656 volte nella Bibbia. L’antico poeta ebreo gridava nel Salmo 137: «Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme sopra ogni mia gioia». È per questo eccesso d’amore che da sempre Gerusalemme è come una sposa contesa, spiritualmente e materialmente. I confini che passano al suo interno sono ben più netti di quelli che intercorrono tra i quartieri di una città, anzi, sono più rigidi di quelli che separano gli Stati.

Basta solo gettare uno sguardo su una mappa dell’area antica della città e subito appariranno indicazioni topografiche emblematiche, spesso distinte anche per i colori, che parlano di un quartiere ebraico, di uno cristiano, di un altro musulmano e di quello armeno. Queste divisioni non sono, però, destinate all’armonia di un corpo vivo, le vite e le voci non si accordano in un intreccio, le persone non s’incontrano, le culture non si contaminano. A prima vista, a Gerusalemme le frontiere sono simili a invisibili ma reali cortine di ferro o a muri divisori. Se si avanza per quelle viuzze e si penetra nei luoghi sacri, l’idea non è quella di un tessuto, bensì quella di un arruffio di fili. Si prega e si discute in almeno quindici lingue diverse con sette alfabeti differenti! Eppure tutti sono certi di avere un legame unico, insostituibile, esclusivo e inscindibile con quella città. Si potrebbe dire che a Gerusalemme i vari fondamentalismi religiosi e culturali coesistono in uno strano equilibrio, raffinato da secoli di lotte e contrasti e ora sospeso su una precarietà codificata il cui ingranaggio ha in agguato sempre il classico granello di polvere. Uno dei docenti della prestigiosa Ecole Biblique et Archéologique gestita dai domenicani, padre Jerome Murphy O’Connor, autore della migliore guida archeologica della Città santa, dichiarava senza esitazioni e senza illusione : «In questa città la prudenza della ragione ha poche possibilità di prevalere sulle certezze della religione».

Come aveva detto Gesù, a Gerusalemme le stesse pietre gridano. Gli ebrei si affidano alle pietre sacre del tempio di Salomone (anche se quelle del cosiddetto "Muro del pianto" sono di un millennio dopo, appartenendo al tempio eretto da Erode). Quando il 7 giugno 1967 l’esercito israeliano conquistò la Gerusalemme araba, la prima corsa di un gruppo di soldati fu proprio a quel Muro per pregare. È, infatti, questo il cuore della fede e della storia di Israele: un famoso detto rabbinico afferma che «il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, Gerusalemme è la pupilla e l’immagine in essa riflessa è il tempio». Il poeta ebreo spagnolo Giuda Levita, che la leggenda farà morire nel 1140 calpestato dai cavalli appena giunto pellegrino a Sion, cantava: «Io amo le tue pietre che voglio baciare e saporite mi saranno le tue zolle più del miele!». Ma già il Salmista aveva esclamato: «Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion!» (Salmo 102,15).

Elena, la madre di Costantino, era giunta qui nel 326 alla ricerca delle memorie di Gesù e in particolare della sua tomba. La pietra ribaltata del sepolcro di Cristo, ora custodita nella possente basilica crociata omonima, è il cuore della cristianità. Una pietra, quella del Santo Sepolcro, che è il segno della risurrezione, il mistero centrale della fede cristiana. Anche i musulmani hanno a Gerusalemme una loro pietra fondante, quella che è protetta dalla sfolgorante cupola dorata della moschea di Omar, memoria del sacrificio di Abramo ma soprattutto dell’ascensione al cielo del Profeta Maometto, che è ricordato anche dall’altra moschea della Spianata, al-Aqsa, come si legge nel Corano: «Lode a Dio che trasportò di notte il suo Servo (Maometto) dalla moschea sacra (Mecca) alla moschea al-Aqsa (l’altra, più lontana)». È per questo che in arabo Gerusalemme è al-Quds, cioè "la (Città) santa" per eccellenza.

Queste pietre simboliche, "che gridano" a Gerusalemme, appartengono a tre religioni che hanno in Abramo una radice comune. Eppure esse sono da secoli striate dal sangue degli altri fedeli, proprio perché le tre confessioni non sono capaci di vivere in dialogo. Le religioni, perciò, hanno bisogno di desacralizzarsi, di deporre le tentazioni monocratiche e teocratiche e di incrementare la fede. Quest’ultima, infatti, è adesione personale, è scelta vitale ed esistenziale, non è dominio, né esteriorità, è simbolo efficace e non pura fisicità o mera materialità consacrata. È sulla fede che i profeti ebrei, Gesù e la stessa tradizione musulmana genuina hanno posto l’accento, al di là degli sviluppi e delle varie incarnazioni storiche delle rispettive religioni.

Il villaggio palestinese di Beit Jalla sotto il fuoco dell'artiglieria leggera israeliana.
Il villaggio palestinese di Beit Jalla sotto il fuoco
dell’artiglieria leggera israeliana. Foto Reuters/Y. Zamir.

Nello spirito della vera santità e della fede, Gerusalemme può diventare quello splendore che canta il profeta Ezechiele: «orgoglio della nostra forza, incanto dei nostri occhi e amore delle nostre anime». Ma soprattutto può diventare la madre di tutti i credenti, che in essa si ritrovano non per spartirsela bensì per condividerla. Già san Paolo, alludendo al muro divisorio – con targhe di marmo che comminavano la pena di morte ai trasgressori (una è conservata al Museo Archeologico di Istanbul) – tra ebrei e pagani nel tempio erodiano, dichiarava che la missione di Cristo era proprio quella di demolire quel muro di frontiera ideale e reale: «Egli è la nostra pace, colui che dei due ha fatto un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia». Questo "ecumenismo" è espresso nel Salmo 87: «Il Signore l’ha fondata sui monti santi: / per questo egli ama le porte di Sion / più di tutte le dimore di Giacobbe. / Cose gloriose egli dice di te, città di Dio! / Iscriverò Rahab e Babel come miei familiari; / ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: / tutti costoro sono nati là. / E di Sion si dirà: L’uno e l’altro sono nati in essa / e proprio l’Altissimo la rende salda. / Il Signore registrerà nel libro dei popoli: Costui è nato là. / Cantano e danzano: / Tutte le mie sorgenti sono in te!».

È suggestivo questo canto "natale" di Gerusalemme come genitrice di tutte le nazioni: per tre volte nell’originale ebraico risuona la locuzione jullad sham/bah, «è nata là / in essa». Tutti i punti cardinali della terra, pur nella loro diversità, sentono di appartenere a un’unica matrice: c’è Rahab, cioè l’Egitto, la grande potenza occidentale, e c’è Babel, la grande potenza orientale babilonese; c’è Tiro, la potenza commerciale del Nord, c’è la Filistea (o Palestina) che è l’area centrale, e l’Etiopia che rappresenta il profondo Sud. Nell’anagrafe di Sion tutti sono registrati come figli: la locuzione jullad sham/bah era appunto la formula ufficiale giuridica con cui si dichiarava un individuo nativo di una determinata città e, come tale, dotato della pienezza dei diritti municipali.

Tutti i popoli, anche quelli che una visione sacrale e integralista avrebbe considerato come impuri e illegittimi, diventano "famigliari" della comunità di Dio. E in finale la processione di queste nazioni, dalle religioni diverse ma legate alla ricerca dello stesso Dio, si trasforma in una danza gioiosa e in un canto corale. A Sion essi ritrovano le loro radici e quindi la sorgente della vita, della pace e della speranza, proprio come aveva già sognato Isaia: «Verranno molti popoli e diranno: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra».

È per questa via che le religioni diventano sorgente di pace e di collaborazione, e non di avallo sacrale di guerre e tensioni. È per questa via che il dialogo ecumenico tra i cristiani e quello interreligioso tra le diverse fedi si fa vigoroso, respingendo i due scogli estremi del vago sincretismo (i popoli conservano la loro identità) e della dura apologetica (comune è la radice, come unico è il Dio creatore e rivelatore). E, senza voler entrare nel merito di opzioni politiche, è per questa via che forse a Gerusalemme meglio si addice lo statuto di città internazionale, che non è sopra le tre comunità ma è solidale con tutte e tre e che la rende «eretta sulla cima dei monti e più alta dei colli» (Isaia 2,2).

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