Omelia in occasione dell’ordinazione sacerdotale di
don Josè Jaime Gomez Guerrero
Pesaro, Basilica Cattedrale,
19 marzo 2011
Rivolgo un saluto cordialissimo a tutti voi qui presenti in questa nostra Cattedrale – Basilica per partecipare all’ordinazione sacerdotale di don Josè il quale si accinge ad essere ordinato presbitero per esercitare fedelmente e gioiosamente il suo ministero nella nostra chiesa di Pesaro. Esprimo viva riconoscenza al Signore per questo sacerdote che ci è stato donato. Rivolgo sentimenti di gratitudine alla famiglia di don Josè, specie ai genitori per aver dato un figlio al Signore, come anche alla chiesa sorella di Macerata e al suo Vescovo Claudio per un gesto di grande generosità e segno tangibile di vera comunione ecclesiale. Manifesto apprezzamento ai superiori del Seminario Redemptoris Mater per l’impegno profuso nel cammino della formazione di don Josè e ai componenti del Cammino Neocatecumenale per il ruolo che hanno avuto nella vocazione al sacerdozio di don Josè. Ringrazio la parrocchia di S. Maria del Porto ed in particolare il suo parroco Mons. Marco De Franceschi per aver accolto don Josè e per l’aiuto che gli sta dando nell’esercizio del suo ministero e nel cammino di inserimento nella nostra chiesa diocesana.
La liturgia che stiamo celebrando, anche attraverso la parola che ci è donata, nel contesto forte della Quaresima, fissa il nostro sguardo contemplativo sul ministero ordinato come assimilazione al mistero di Cristo che chiede di essere vissuto nell’obbedienza, nella corrispondenza alla grazia del Signore e nell’esperienza della trasfigurazione che esige un giocarsi in prima persona e senza nessuna riserva.
Il testo della Genesi (12, 1-4a) ci narra la vocazione di Abramo come esperienza di obbedienza richiesta in termini decisi, quasi perentori: “vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Ad Abramo il Signore chiede obbedienza (ob-audio come atteggiamento nel mettersi in ascolto della volontà del Signore). Ma tale obbedienza presenta i tratti della radicalità che porta Abramo a lasciare la sua terra. Nel linguaggio biblico “terra” non indica solo un territorio ma molto di più: legami, affetti, sicurezze. A questa obbedienza chiesta ad Abramo il Signore assicura però un esito finale:“Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione”.
In Abramo tutti cogliamo l’uomo di una fede forte che si fa obbediente e che lo porta all’esodo da sé, dai suoi progetti, dalle sue certezze. Ma in Abramo cogliamo, a motivo di questa fede obbediente, anche l’uomo realizzato e proprio per ciò non la persona del rimpianto, del tentennamento, del condizionante calcolo umano. Nella fede obbediente Abramo trova la sua piena umanità, il suo pieno compimento, la sua piena riuscita.
Caro don Josè, come ad Abramo anche a te il Signore chiede una fede obbediente e radicale ma abbi la certezza della promessa finale. Il tuo ministero sacerdotale vissuto nell’obbedienza al Signore e alla Chiesa ti consentirà di percorrere quella strada che compie la tua umanità attraverso l’esperienza dell’amore liberante. Paradossalmente, come sta a rivelarci il mistero della croce, è nell’obbedienza che si realizza il più radicale possesso. Nel lasciarsi possedere dal Cristo, Servo obbediente al Padre, ogni cosa viene autenticamente posseduta. Questo accada anche a te.
Nella seconda lettera a Timoteo (1, 8b-10) San Paolo invita il suo collaboratore a saper soffrire a motivo del Vangelo: “Soffri con me per il Vangelo”. Se è vero che la fede vissuta nell’obbedienza ci assicura un esito finale realizzativo, è altrettanto vero che l’esperienza della fede obbediente non ci rende esenti da sofferenze a motivo del Vangelo e quindi della persona del Cristo.
San Paolo ne sapeva qualcosa e il sano realismo della nostra quotidianità vissuta nella fede ce ne dà ampia conferma. Il motivo è chiaro: l’esperienza del Cristo è sempre nella linea della discontinuità nei confronti del puramente umano e della sua logica. Da ciò deriva quella sofferenza a cui fa riferimento l’apostolo. Il Cristo è e rimane un evento di forte provocazione per tutti e per la libertà di ciascuno, chiamato da lui a fare scelte di campo impegnative, decisive ed alternative, perché tendenti a realizzare la santità e cioè la sua persona con tutto ciò che ne consegue.
Caro don Josè, non puoi dimenticare che il sacramento dell’ordinazione ti conforma a Cristo che è e rimane segno di contraddizione. Pertanto l’esercizio del tuo ministero attraverso l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza, per sua natura non prevede il consenso, il battimano, il trionfo e nemmeno il confidare nelle tue risorse umane. Ti sia di conforto quanto l’apostolo dice al fedele Tito: “Il Signore …. ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”. Dunque di fronte a difficoltà su cosa può puntare un presbitero se non sulla certezza di essere stato chiamato dal Signore il quale non farà mancare mai la sua grazia, perché la chiamata si realizzi in pienezza? Le nostre capacità umane sono e rimangono limitate e per di più segnate da fragilità. Ma il deficit dell’umano nei confronti della sublimità della vocazione e dell’esercizio del ministero presbiterale è colmato dalla grazia che ci precede e che eccede le nostre possibilità e che comunque chiede fedeltà e perseveranza. Un presbitero non fugge dalle proprie responsabilità, corredate a volte da tensioni; non si sente esonerato dalle fatiche del vivere la sua missione, ma ha la certezza dell’amore del Signore che non lo abbandona. Per questa ragione affronta tutte le sue occupazioni e preoccupazioni connesse alla vocazione e alla missione, vivendole nell’orizzonte luminoso di un amore indefettibile del Signore che si fa grazia.
Caro don Josè, la riuscita del tuo ministero non dipende dalle tue qualità umane e nemmeno da uno sforzo volontaristico per quanto di rilievo possa essere, bensì da quel mistero di elezione e dal dono dello Spirito che con l’ordinazione scenderà su di te.
La liturgia che stiamo celebrando, anche attraverso la parola che ci è donata, nel contesto forte della Quaresima, fissa il nostro sguardo contemplativo sul ministero ordinato come assimilazione al mistero di Cristo che chiede di essere vissuto nell’obbedienza, nella corrispondenza alla grazia del Signore e nell’esperienza della trasfigurazione che esige un giocarsi in prima persona e senza nessuna riserva.
Il testo della Genesi (12, 1-4a) ci narra la vocazione di Abramo come esperienza di obbedienza richiesta in termini decisi, quasi perentori: “vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. Ad Abramo il Signore chiede obbedienza (ob-audio come atteggiamento nel mettersi in ascolto della volontà del Signore). Ma tale obbedienza presenta i tratti della radicalità che porta Abramo a lasciare la sua terra. Nel linguaggio biblico “terra” non indica solo un territorio ma molto di più: legami, affetti, sicurezze. A questa obbedienza chiesta ad Abramo il Signore assicura però un esito finale:“Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione”.
In Abramo tutti cogliamo l’uomo di una fede forte che si fa obbediente e che lo porta all’esodo da sé, dai suoi progetti, dalle sue certezze. Ma in Abramo cogliamo, a motivo di questa fede obbediente, anche l’uomo realizzato e proprio per ciò non la persona del rimpianto, del tentennamento, del condizionante calcolo umano. Nella fede obbediente Abramo trova la sua piena umanità, il suo pieno compimento, la sua piena riuscita.
Caro don Josè, come ad Abramo anche a te il Signore chiede una fede obbediente e radicale ma abbi la certezza della promessa finale. Il tuo ministero sacerdotale vissuto nell’obbedienza al Signore e alla Chiesa ti consentirà di percorrere quella strada che compie la tua umanità attraverso l’esperienza dell’amore liberante. Paradossalmente, come sta a rivelarci il mistero della croce, è nell’obbedienza che si realizza il più radicale possesso. Nel lasciarsi possedere dal Cristo, Servo obbediente al Padre, ogni cosa viene autenticamente posseduta. Questo accada anche a te.
Nella seconda lettera a Timoteo (1, 8b-10) San Paolo invita il suo collaboratore a saper soffrire a motivo del Vangelo: “Soffri con me per il Vangelo”. Se è vero che la fede vissuta nell’obbedienza ci assicura un esito finale realizzativo, è altrettanto vero che l’esperienza della fede obbediente non ci rende esenti da sofferenze a motivo del Vangelo e quindi della persona del Cristo.
San Paolo ne sapeva qualcosa e il sano realismo della nostra quotidianità vissuta nella fede ce ne dà ampia conferma. Il motivo è chiaro: l’esperienza del Cristo è sempre nella linea della discontinuità nei confronti del puramente umano e della sua logica. Da ciò deriva quella sofferenza a cui fa riferimento l’apostolo. Il Cristo è e rimane un evento di forte provocazione per tutti e per la libertà di ciascuno, chiamato da lui a fare scelte di campo impegnative, decisive ed alternative, perché tendenti a realizzare la santità e cioè la sua persona con tutto ciò che ne consegue.
Caro don Josè, non puoi dimenticare che il sacramento dell’ordinazione ti conforma a Cristo che è e rimane segno di contraddizione. Pertanto l’esercizio del tuo ministero attraverso l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza, per sua natura non prevede il consenso, il battimano, il trionfo e nemmeno il confidare nelle tue risorse umane. Ti sia di conforto quanto l’apostolo dice al fedele Tito: “Il Signore …. ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia”. Dunque di fronte a difficoltà su cosa può puntare un presbitero se non sulla certezza di essere stato chiamato dal Signore il quale non farà mancare mai la sua grazia, perché la chiamata si realizzi in pienezza? Le nostre capacità umane sono e rimangono limitate e per di più segnate da fragilità. Ma il deficit dell’umano nei confronti della sublimità della vocazione e dell’esercizio del ministero presbiterale è colmato dalla grazia che ci precede e che eccede le nostre possibilità e che comunque chiede fedeltà e perseveranza. Un presbitero non fugge dalle proprie responsabilità, corredate a volte da tensioni; non si sente esonerato dalle fatiche del vivere la sua missione, ma ha la certezza dell’amore del Signore che non lo abbandona. Per questa ragione affronta tutte le sue occupazioni e preoccupazioni connesse alla vocazione e alla missione, vivendole nell’orizzonte luminoso di un amore indefettibile del Signore che si fa grazia.
Caro don Josè, la riuscita del tuo ministero non dipende dalle tue qualità umane e nemmeno da uno sforzo volontaristico per quanto di rilievo possa essere, bensì da quel mistero di elezione e dal dono dello Spirito che con l’ordinazione scenderà su di te.
Il silenzio con cui accompagneremo il gesto dell’imposizione delle mani farà spazio all’incontro mirabile tra la libertà di Dio che ti sceglie e la tua libertà che risponde con una adesione lieta e senza riserve, confidando nella forza dello Spirito.
Il vangelo di Matteo (17, 1-9) ci ha fatto contemplare la trasfigurazione del Signore di fronte a Pietro, Giacomo e Giovanni. Questo evento Matteo ce lo racconta con alcune connotazioni che vanno attentamente considerate e che hanno un esplicito riferimento alla tua vita e alla vita di ogni sacerdote. La trasfigurazione avviene nella solitudine del monte (“li condusse su un alto monte”), avviene in forma intensa (“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”), avviene attraverso una presenza che chiede di essere ascoltata (“una voce dalla nube diceva “questi è il figlio mio: l’amato in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”).
Caro don Josè, l’ordinazione sacerdotale ti rende conforme al Cristo attraverso una trasfigurazione totale. Tra poco seguendo la liturgia il Vescovo ti chiederà: “ Vuoi essere sempre più strettamente unito a Cristo Sommo Sacerdote come vittima che si è offerto al Padre per noi, consacrando te stesso a Dio insieme con lui per la salvezza degli uomini”? E’ il mistero esaltante e drammatico della totale conformazione (trasfigurazione) a Cristo, a colui che nello stesso tempo è sacerdote, vittima e altare. Tale mistero chiede a te e ad ogni sacerdote il quotidiano incontro silenzioso ed eloquente, intenso e splendente, con l’Amato in cui il Padre ha posto il suo compiacimento. Tale incontro ha il suo culmine nell’Eucaristia che ogni giorno ogni sacerdote è chiamato a celebrare in persona Christi capitis. Lasciati dunque plasmare dall’Eucaristia. Sia essa il paradigma del tuo sentire, del tuo pensare, del tuo agire a livello personale e a livello di ministero vissuto nel servizio obbediente. In un periodo storico segnato dal mito dell’attivismo e dall’efficentismo in tutti i campi, anche un sacerdote corre il rischio di essere contagiato dalla cultura del fare, del dimostrare, del produrre.
Oggi come non mai occorre per tutti ma in particolar modo per il sacerdote salire di nuovo sul Monte Tabor per incontrare il Signore, per ascoltarlo nella contemplazione orante, per per lasciarsi attrarre e trasformare dal suo volto luminoso. L’Eucaristia sia il tuo monte Tabor. Sia essa quella scuola di vita in cui imparare a cogliere la bellezza e la pienezza di una vita donata al Padre attraverso il Cristo e nello Spirito e nel contempo donata ai fratelli perché essi possano riconoscere il Volto misericordioso del Padre che dà senso, sapore, calore alla vita di ciascuno.
La Madonna delle Grazie e S. Terenzio nostri patroni ti accompagnino nel cammino del tuo sacerdozio.
Sia lodato Gesù Cristo.
Il vangelo di Matteo (17, 1-9) ci ha fatto contemplare la trasfigurazione del Signore di fronte a Pietro, Giacomo e Giovanni. Questo evento Matteo ce lo racconta con alcune connotazioni che vanno attentamente considerate e che hanno un esplicito riferimento alla tua vita e alla vita di ogni sacerdote. La trasfigurazione avviene nella solitudine del monte (“li condusse su un alto monte”), avviene in forma intensa (“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”), avviene attraverso una presenza che chiede di essere ascoltata (“una voce dalla nube diceva “questi è il figlio mio: l’amato in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”).
Caro don Josè, l’ordinazione sacerdotale ti rende conforme al Cristo attraverso una trasfigurazione totale. Tra poco seguendo la liturgia il Vescovo ti chiederà: “ Vuoi essere sempre più strettamente unito a Cristo Sommo Sacerdote come vittima che si è offerto al Padre per noi, consacrando te stesso a Dio insieme con lui per la salvezza degli uomini”? E’ il mistero esaltante e drammatico della totale conformazione (trasfigurazione) a Cristo, a colui che nello stesso tempo è sacerdote, vittima e altare. Tale mistero chiede a te e ad ogni sacerdote il quotidiano incontro silenzioso ed eloquente, intenso e splendente, con l’Amato in cui il Padre ha posto il suo compiacimento. Tale incontro ha il suo culmine nell’Eucaristia che ogni giorno ogni sacerdote è chiamato a celebrare in persona Christi capitis. Lasciati dunque plasmare dall’Eucaristia. Sia essa il paradigma del tuo sentire, del tuo pensare, del tuo agire a livello personale e a livello di ministero vissuto nel servizio obbediente. In un periodo storico segnato dal mito dell’attivismo e dall’efficentismo in tutti i campi, anche un sacerdote corre il rischio di essere contagiato dalla cultura del fare, del dimostrare, del produrre.
Oggi come non mai occorre per tutti ma in particolar modo per il sacerdote salire di nuovo sul Monte Tabor per incontrare il Signore, per ascoltarlo nella contemplazione orante, per per lasciarsi attrarre e trasformare dal suo volto luminoso. L’Eucaristia sia il tuo monte Tabor. Sia essa quella scuola di vita in cui imparare a cogliere la bellezza e la pienezza di una vita donata al Padre attraverso il Cristo e nello Spirito e nel contempo donata ai fratelli perché essi possano riconoscere il Volto misericordioso del Padre che dà senso, sapore, calore alla vita di ciascuno.
La Madonna delle Grazie e S. Terenzio nostri patroni ti accompagnino nel cammino del tuo sacerdozio.
Sia lodato Gesù Cristo.

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