di Rodolfo Casadei, www.tempi.it
27 Ottobre 2009
Come aveva preannunciato, non ha preso parte alla megamanifestazione contro la nuova legge sull’aborto di sabato 17 ottobre. Ma sul punto di vista di Antonio María Rouco Varela, cardinale arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale spagnola (Cee), non ci sono dubbi: per lui la legge che permette di abortire anche alle sedicenni senza che i genitori sappiano nulla è «chiaramente incostituzionale», perché «pretende di convertire l’aborto in un diritto della donna» e implica «una relativizzazione profondissima del diritto alla vita».
Lui non è andato in piazza, ma «ci pare che il fine che l’adunanza persegue sia buono e che la partecipazione dei cattolici alla medesima sia stata conveniente e buona». Ovviamente c’è coincidenza con quanto deliberato sul tema dalla Commissione permanente della Cee, secondo la quale la Ley de plazos del aborto costituisce «un serio regresso nella protezione del diritto alla vita dei nascituri, un maggiore abbandono delle donne incinte e un danno irreparabile al bene comune», per cui «i fedeli laici rispondono adeguatamente alla sfida lanciata – di grande portata morale e sociale – facendo uso del proprio diritto a manifestare pacificamente per esprimere il proprio disaccordo con la legge». Ma il cardinale, che è pure cattedratico di Teologia fondamentale e di Diritto canonico, in questa intervista esclusiva si esprime volentieri anche su altre questioni della vita spagnola contemporanea e dell’azione della Chiesa.
Eminenza, non si fa in tempo a prendere nota di un nuovo provvedimento del governo spagnolo che sembra fatto apposta per umiliare un altro po’ la Chiesa cattolica, che subito ne arriva un altro: nel 2010 dovrebbe essere approvata una nuova legge sulla libertà religiosa che relativizzerà la presenza cattolica nella vita pubblica spagnola. Alcuni organi di stampa affermano che non sarà più lecito esporre i crocefissi nelle scuole, per esempio.
Sì, un nuovo progetto di legge sulla libertà religiosa è stato varie volte annunciato, ma noi vescovi non conosciamo alcun testo e perciò non abbiamo niente di concreto su cui esprimerci. Io penso che quella attualmente vigente sulla materia sia una buona legge, e non capisco perché la si debba riformare. Risponde al dettato costituzionale, soprattutto all’articolo 16 (che recita fra l’altro: «I poteri pubblici terranno conto delle credenze religiose della società spagnola e manterranno le conseguenti relazioni di collaborazione con la Chiesa cattolica e le altre confessioni», ndr). I rapporti fra Chiesa e Stato sono regolati da un accordo del 1979 rispetto al quale le leggi sono sussidiarie. Dunque qualche preoccupazione la nutriamo. Per quanto riguarda i simboli religiosi, bisogna dire che nel paese c’è una grande varietà di situazioni anche perché non esistono disposizioni giuridiche che regolino in maniera rigida l’esposizione di tali simboli. In alcuni casi ci si attiene al costume di esporli pubblicamente, in altri casi l’autorità giudiziaria è intervenuta a ritirarli. A noi dispiacerebbe un provvedimento proibizionista, perché non corrisponderebbe a una buona concezione del diritto alla libertà religiosa in un paese di tradizione cattolica. Il paesaggio spagnolo è pieno di simboli cattolici. Molti cittadini collocano oggetti religiosi sul proprio comodino quando sono ricoverati in ospedali pubblici. Questo diritto non dovrebbe essere negato.
Due anni fa i vescovi spagnoli espressero la loro preoccupazione circa l’insegnamento della Educación para la ciudadanía, che confliggerebbe col diritto all’educazione dei figli da parte dei genitori. L’esperienza di questi due anni conferma le vostre inquietudini o vi sentite più tranquilli?
Indipendentemente da come è stato condotto l’insegnamento, restiamo convinti che non si concili con l’educazione morale e civile dei figli così come dovrebbe realizzarsi. Certamente si dà una varietà di esperienze, ma nelle scuole pubbliche tutte hanno in comune una caratteristica: i genitori sono esclusi. L’Educación para la ciudadanía è una materia obbligatoria per tutte le scuole, quelle cattoliche comprese, e ciò rende più grave la questione. Il problema continua a restare irrisolto, anche se alcuni tribunali hanno riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei genitori e ci sono decine di ricorsi che tengono aperta la questione. Noi abbiamo abbastanza fiducia di poter risolvere la cosa attraverso il dialogo.
Dall’esterno si ha l’impressione che la Spagna di oggi abbia un problema con la sua identità storica cattolica. Sembra che intellettuali e politici, per vedere riconosciuto il proprio valore, debbano fare mostra di un’antropologia laicista radicale. Quali sono le cause di questa tendenza?
Non è un problema nuovo per la Spagna. A partire dal XIX secolo l’impatto delle idee rivoluzionarie in Spagna ci fa trovare settori del mondo politico e intellettuale che si collocano lontano dalla Chiesa. La “leggenda nera” antispagnola, nata in ambito protestante straniero, è stata fatta propria da molti intellettuali spagnoli. La stessa Guerra civile ha a che fare con la religione così come storicamente è stata vissuta nel paese. Con la Transizione nel 1978 abbiamo pensato che le discussioni del passato potevano essere superate, ed effettivamente per alcuni anni il clima è stato disteso, poi sono riapparse forme laiciste radicali. Credo che non si tratti più di un fenomeno propriamente spagnolo, ma che vada inserito nel contesto europeo, dove il ritorno del laicismo radicale è generalizzato. È senz’altro un fenomeno che ci chiede di riformulare la nostra presenza nella società.
Per restare su questi temi, va ricordato che il dibattito sulla Ley de memoria histórica introdotta dal governo Zapatero, con la quale si è formalizzata giuridicamente una condanna storica del franchismo, resta tuttora vivo. Come dovrebbero rapportarsi gli spagnoli con la propria memoria storica, per il bene della Spagna e per amore della verità?
Nel 2000 i vescovi spagnoli hanno pubblicato un documento intitolato La misericordia di Dio dura per sempre. In quel testo esprimiamo una posizione molto chiara sui temi della memoria storica: le origini e le cause della Guerra civile spagnola, il modo in cui fu combattuta, eccetera. Sarebbe opportuno che tutti andassero a rileggersi quel documento. Io credo che oggi sia importante proseguire nel cammino di riconciliazione nazionale avviato negli anni della Transizione; tutto ciò che non favorisce la riconciliazione va evitato. Per la mia generazione il tempo delle contrapposizioni era un capitolo chiuso, non ci aspettavamo il risorgere di un clima di divisioni che non è buono per la Spagna.
Di fronte a fatti come il ripetersi di attentati terroristici da parte dell’Eta, le polemiche sul regime fiscale dei Paesi Baschi e quelle sullo Statuto d’autonomia della Catalogna, lei è preoccupato per l’unità della Spagna?
Anche in questo caso devo citare documenti della Cee. Nel 2002 abbiamo scritto un documento sul terrorismo e le sue cause che è stato sottoscritto dall’80 per cento dei vescovi spagnoli. Abbiamo analizzato le problematiche morali poste dal terrorismo in generale, non solo quello che riguarda il territorio spagnolo. Una delle conseguenze del terrorismo riguarda l’unità della Spagna, che secondo noi va tenuta in conto e conservata. In una concezione cristiana della vita politica, l’unità della Spagna è un bene che va tutelato.
Radio Cope, la più importante radio cattolica spagnola, è spesso al centro di polemiche, accusata di faziosità dai principali partiti politici. Quest’estate Federico Jiménez Losantos e César Vidal, due commentatori di punta molto critici sia nei confronti del Partito Socialista che di quello Popolare, sono stati messi nelle condizioni di dover lasciare la radio. Alcuni hanno parlato di un cedimento della Chiesa a pressioni politiche. Lei come si esprime?
Anzitutto bisogna capire bene cos’è la Cope. È nata dall’unione di radio cattoliche diocesane preesistenti all’indomani della Transizione, per dare più voce alla Chiesa cattolica a livello nazionale e per dare l’esempio di una programmazione impregnata della visione cristiana del mondo. Fin dall’inizio i criteri di gestione sono stati il rispetto per i diritti della proprietà, il rispetto per l’autonomia delle persone che la dirigono e la necessità che l’emittente provveda al proprio autofinanziamento, perché le diocesi coprono i costi, ma non possono dare più di quello che danno attualmente. Finora abbiamo sempre rispettato questi criteri: le decisioni riguardanti i giornalisti sono prese autonomamente dalla direzione della Cope; le domande a proposito delle persone che ha citato vanno poste alla dirigenza della Cope, non ai vescovi. Io credo che la Cope abbia reso un buon servizio alla società spagnola negli ultimi trent’anni.
Eminenza, non si fa in tempo a prendere nota di un nuovo provvedimento del governo spagnolo che sembra fatto apposta per umiliare un altro po’ la Chiesa cattolica, che subito ne arriva un altro: nel 2010 dovrebbe essere approvata una nuova legge sulla libertà religiosa che relativizzerà la presenza cattolica nella vita pubblica spagnola. Alcuni organi di stampa affermano che non sarà più lecito esporre i crocefissi nelle scuole, per esempio.
Sì, un nuovo progetto di legge sulla libertà religiosa è stato varie volte annunciato, ma noi vescovi non conosciamo alcun testo e perciò non abbiamo niente di concreto su cui esprimerci. Io penso che quella attualmente vigente sulla materia sia una buona legge, e non capisco perché la si debba riformare. Risponde al dettato costituzionale, soprattutto all’articolo 16 (che recita fra l’altro: «I poteri pubblici terranno conto delle credenze religiose della società spagnola e manterranno le conseguenti relazioni di collaborazione con la Chiesa cattolica e le altre confessioni», ndr). I rapporti fra Chiesa e Stato sono regolati da un accordo del 1979 rispetto al quale le leggi sono sussidiarie. Dunque qualche preoccupazione la nutriamo. Per quanto riguarda i simboli religiosi, bisogna dire che nel paese c’è una grande varietà di situazioni anche perché non esistono disposizioni giuridiche che regolino in maniera rigida l’esposizione di tali simboli. In alcuni casi ci si attiene al costume di esporli pubblicamente, in altri casi l’autorità giudiziaria è intervenuta a ritirarli. A noi dispiacerebbe un provvedimento proibizionista, perché non corrisponderebbe a una buona concezione del diritto alla libertà religiosa in un paese di tradizione cattolica. Il paesaggio spagnolo è pieno di simboli cattolici. Molti cittadini collocano oggetti religiosi sul proprio comodino quando sono ricoverati in ospedali pubblici. Questo diritto non dovrebbe essere negato.
Due anni fa i vescovi spagnoli espressero la loro preoccupazione circa l’insegnamento della Educación para la ciudadanía, che confliggerebbe col diritto all’educazione dei figli da parte dei genitori. L’esperienza di questi due anni conferma le vostre inquietudini o vi sentite più tranquilli?
Indipendentemente da come è stato condotto l’insegnamento, restiamo convinti che non si concili con l’educazione morale e civile dei figli così come dovrebbe realizzarsi. Certamente si dà una varietà di esperienze, ma nelle scuole pubbliche tutte hanno in comune una caratteristica: i genitori sono esclusi. L’Educación para la ciudadanía è una materia obbligatoria per tutte le scuole, quelle cattoliche comprese, e ciò rende più grave la questione. Il problema continua a restare irrisolto, anche se alcuni tribunali hanno riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei genitori e ci sono decine di ricorsi che tengono aperta la questione. Noi abbiamo abbastanza fiducia di poter risolvere la cosa attraverso il dialogo.
Dall’esterno si ha l’impressione che la Spagna di oggi abbia un problema con la sua identità storica cattolica. Sembra che intellettuali e politici, per vedere riconosciuto il proprio valore, debbano fare mostra di un’antropologia laicista radicale. Quali sono le cause di questa tendenza?
Non è un problema nuovo per la Spagna. A partire dal XIX secolo l’impatto delle idee rivoluzionarie in Spagna ci fa trovare settori del mondo politico e intellettuale che si collocano lontano dalla Chiesa. La “leggenda nera” antispagnola, nata in ambito protestante straniero, è stata fatta propria da molti intellettuali spagnoli. La stessa Guerra civile ha a che fare con la religione così come storicamente è stata vissuta nel paese. Con la Transizione nel 1978 abbiamo pensato che le discussioni del passato potevano essere superate, ed effettivamente per alcuni anni il clima è stato disteso, poi sono riapparse forme laiciste radicali. Credo che non si tratti più di un fenomeno propriamente spagnolo, ma che vada inserito nel contesto europeo, dove il ritorno del laicismo radicale è generalizzato. È senz’altro un fenomeno che ci chiede di riformulare la nostra presenza nella società.
Per restare su questi temi, va ricordato che il dibattito sulla Ley de memoria histórica introdotta dal governo Zapatero, con la quale si è formalizzata giuridicamente una condanna storica del franchismo, resta tuttora vivo. Come dovrebbero rapportarsi gli spagnoli con la propria memoria storica, per il bene della Spagna e per amore della verità?
Nel 2000 i vescovi spagnoli hanno pubblicato un documento intitolato La misericordia di Dio dura per sempre. In quel testo esprimiamo una posizione molto chiara sui temi della memoria storica: le origini e le cause della Guerra civile spagnola, il modo in cui fu combattuta, eccetera. Sarebbe opportuno che tutti andassero a rileggersi quel documento. Io credo che oggi sia importante proseguire nel cammino di riconciliazione nazionale avviato negli anni della Transizione; tutto ciò che non favorisce la riconciliazione va evitato. Per la mia generazione il tempo delle contrapposizioni era un capitolo chiuso, non ci aspettavamo il risorgere di un clima di divisioni che non è buono per la Spagna.
Di fronte a fatti come il ripetersi di attentati terroristici da parte dell’Eta, le polemiche sul regime fiscale dei Paesi Baschi e quelle sullo Statuto d’autonomia della Catalogna, lei è preoccupato per l’unità della Spagna?
Anche in questo caso devo citare documenti della Cee. Nel 2002 abbiamo scritto un documento sul terrorismo e le sue cause che è stato sottoscritto dall’80 per cento dei vescovi spagnoli. Abbiamo analizzato le problematiche morali poste dal terrorismo in generale, non solo quello che riguarda il territorio spagnolo. Una delle conseguenze del terrorismo riguarda l’unità della Spagna, che secondo noi va tenuta in conto e conservata. In una concezione cristiana della vita politica, l’unità della Spagna è un bene che va tutelato.
Radio Cope, la più importante radio cattolica spagnola, è spesso al centro di polemiche, accusata di faziosità dai principali partiti politici. Quest’estate Federico Jiménez Losantos e César Vidal, due commentatori di punta molto critici sia nei confronti del Partito Socialista che di quello Popolare, sono stati messi nelle condizioni di dover lasciare la radio. Alcuni hanno parlato di un cedimento della Chiesa a pressioni politiche. Lei come si esprime?
Anzitutto bisogna capire bene cos’è la Cope. È nata dall’unione di radio cattoliche diocesane preesistenti all’indomani della Transizione, per dare più voce alla Chiesa cattolica a livello nazionale e per dare l’esempio di una programmazione impregnata della visione cristiana del mondo. Fin dall’inizio i criteri di gestione sono stati il rispetto per i diritti della proprietà, il rispetto per l’autonomia delle persone che la dirigono e la necessità che l’emittente provveda al proprio autofinanziamento, perché le diocesi coprono i costi, ma non possono dare più di quello che danno attualmente. Finora abbiamo sempre rispettato questi criteri: le decisioni riguardanti i giornalisti sono prese autonomamente dalla direzione della Cope; le domande a proposito delle persone che ha citato vanno poste alla dirigenza della Cope, non ai vescovi. Io credo che la Cope abbia reso un buon servizio alla società spagnola negli ultimi trent’anni.
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