martedì 20 ottobre 2009

scuola - ora di religione islamica 5

Il dibattito suscitato dalla proposta di Adolfo Urso non è un referendum pro o contro l'islam. Piuttosto, è l'occasione per un confronto culturale più profondo che riguardi cosa ognuno di noi intenda per integrazione e che idea si abbia della scuola pubblica.
di Gaetano Quagliariello, l'Occidentale
19 Ottobre 2009

Partiamo dalla prima questione. E cominciamo col chiederci se davvero si può realizzare l'integrazione attraverso la giustapposizione di culture diverse, concedendo a ciascuna il proprio spazio autonomo. A mio avviso, oltre a riproporre modelli già falliti altrove in Europa, una soluzione del genere, analizzata tenendo a mente l'andamento delle curve demografiche nel nostro Paese, condurrebbe in breve tempo all'esautorazione della nostra cultura e all'affermazione in termini di egemonia di una cultura esogena rispetto alla nostra.


Di tutto questo si può discutere. Si può essere dell'opinione che preservare la nostra cultura e la nostra identità non sia un valore positivo. Ma allora, come corollario, si deve avere anche il coraggio di affermare che non sia un valore l'idea di rispetto che si è affermata in questa parte del mondo, che non sia un valore degno di tutela la nostra idea di reciprocità. Soprattutto, si dovrebbe mettere in discussione la nostra concezione di democrazia, dal momento che in altre culture come quella islamica non vi è distinzione tra la sfera di Cesare e la sfera di Dio.

Se non si vuole giungere a questo punto, ne consegue che l'unica soluzione alla domanda di integrazione che l'aumento dei flussi migratori pone come emergenza da governare, consiste nell'integrare le diverse culture nell'ambito della nostra concezione della democrazia, del rapporto tra religione e politica e di quella distinzione fra le diverse sfere che in altri frangenti i frequentatori di Asolo hanno così energicamente richiamato.

La seconda domanda che dobbiamo porci riguarda la scuola pubblica e il ruolo dello Stato. Se l'idea di integrazione che intendiamo perseguire muove dall'esigenza di preservare la nostra identità nel rispetto delle altre culture, non è immaginabile una scuola pluralista in cui ci sia spazio per tutti gli insegnamenti che a queste culture fanno riferimento. Per questo l'idea di istituire nella scuola pubblica l'ora di religione islamica è un segnale sbagliato.

Invece di rincorrere i fallimenti del multiculturalismo, io credo piuttosto che si debba pensare a una scuola pubblica che si ponga sì il problema di come adeguarsi a una società multiculturale, ma potenziando e preservando la nostra identità e non agevolando aperture indistinte. E, allo stesso tempo, si pone la necessità di uno Stato che nel campo dell'istruzione e della formazione svolga un compito di controllo rispetto alle iniziative che nascono nell'ambito di culture diverse e che, per ottenere l'autorizzazione, dovrebbero rispondere a standard minimi come l'osservanza della legge, la garanzia che non venga offeso il nostro senso comune, e il rispetto di un livello basilare a livello di programmi che si ritiene indispensabile perché l'insegnamento possa essere consentito.

Si tratta di un compito gravoso per lo Stato. Ma solo in questo modo potremo aprirci al contributo alla vita pubblica che può derivare dalle altre religioni. E solo in questo modo potremo creare davvero integrazione: agevolando il confronto tra proposte culturali diverse senza deflettere rispetto a principi non negoziabili che devono essere inderogabili per tutti coloro che a vario titolo svolgono attività di formazione in Italia.

Insomma, l'alternativa alle madrasse non può essere il contentino dell'ora di islam, ma deve consistere nella garanzia che lo Stato non abdichi al suo ruolo di controllo e si apra al contributo di altre iniziative (non importa a questo punto se siano cattoliche, islamiche, o addirittura atee), a condizione che esse rispettino il suo impianto democratico, il suo ordinamento, le sue leggi, e a condizione che le varie proposte culturali - che comunque non possono sovrapporsi alle religioni - accanto al rigore mostrino anche apertura al dialogo e disponibilità alla contaminazione.

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