domenica 11 ottobre 2009

Quando la Cina abolì il futuro

Mentre Pechino celebra i sessant’anni del regime, il paese rimpiange la strada verso la democrazia imboccata faticosamente dai riformisti del Partito e soffocata dai “duri” nel sangue di Tienanmen
di Bao Pu, Tempi
06 ottobre 2009


Quest’anno si celebra il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese. Dal momento che la Cina è una nazione con un governo a partito unico, sembra naturale cogliere questo momento di celebrazione nazionale per riflettere sul lungo regno del partito di governo: il Partito comunista cinese (Pcc). Ha governato bene il partito in questi sessant’anni? Ma in Cina una revisione storica – compresa quella della storia più recente – è un esercizio rischioso, perché il Partito ha sempre insistito su una singola versione degli avvenimenti, su una verità ufficiale. Quasi sempre a prevalere è la sua versione, dal momento che il Partito controlla i media di tutti i tipi, quelli moderni come quelli tradizionali. 
La versione ufficiale della verità può cambiare nel tempo, ma in ogni epoca ci sono sempre innumerevoli inconvenienti che il Partito amerebbe dimenticare. Anche in questo sessantesimo anniversario il Partito si impegnerà a contrastare qualunque versione alternativa dei fatti. Stavolta nel mirino c’è la storia degli sforzi riformisti offerta dall’ex dirigente Zhao Ziyang, che è stato primo ministro cinese dal 1980 al 1987 e segretario generale del Partito fra il 1987 e il 1989. La storia delle riforme in Cina raccontata da Zhao è stata pubblicata quest’anno in un libro intitolato Prisoner of the State, trascrizione di registrazioni segrete effettuate da Zhao dopo il suo allontanamento dal potere. Partendo da un significativo e schietto riconoscimento che il sistema politico imperniato sul Pcc non fu mai democratico e che è necessario un sistema politico “più avanzato”, l’ex segretario generale offre la sua ricostruzione delle vicende del potere esercitato dal Pcc. Benché la Cina sia stata trasformata in un’economia di libero mercato, il Partito comunista ha mantenuto il sistema a partito unico imperniato su se stesso. 
L’abbandono della “lotta di classe” voluta da Mao ha prodotto risultati drammatici, dando l’impressione che in qualche modo anche il sistema politico, o almeno la leadership del Partito, fossero cambiate. In realtà, i problemi legati alla forma autoritaria del regime persistono. Senza un cambiamento di questo sistema, la Cina non può evitare le sue conseguenze, cioè la mancanza di libertà, la corruzione, il deficit di responsabilità e il fatto che il Partito è sempre al di sopra della legge. Finché questi problemi perdureranno, esisteranno critici che li denunciano. Per tutto il tempo dell’esistenza della Repubblica popolare il Partito è stato costantemente afflitto dalla questione di quale doveva essere il grado di tolleranza delle critiche alle conseguenze negative delle sue pratiche autoritarie. La risposta di Mao fu la Campagna contro gli elementi di destra del 1958, realizzata attraverso Deng Xiaoping. Più tardi, durante la lunga permanenza al potere che fece di lui ufficiosamente il vertice più alto di tutto il sistema, Deng Xiaoping continuò a perseguitare i critici. Fece abbattere il “Muro della democrazia” (movimento di storici dissidenti, ndr) nel 1979; promosse la Campagna contro l’inquinamento spirituale nel 1983 e propose la Campagna contro la liberalizzazione borghese nel 1985.
Deng Xiaoping il burattinaio
In netto contrasto con la costante pratica di Deng Xiaoping di reprimere i critici del Partito, il segretario generale Hu Yaobang riabilitò quasi tutte le vittime delle purghe di Mao, compresi i cosiddetti elementi di destra che erano stati condannati. Hu trascurò i ripetuti richiami di Deng a punire i liberali e apparve deciso a guidare il Partito sulla strada di una maggiore tolleranza. Ma quando le differenze fra loro divennero del tutto chiare, Deng rivelò finalmente la sua insoddisfazione nei confronti di Hu, e l’autorità di quest’ultimo come segretario generale crollò. Hu non ebbe altra scelta che rassegnare le dimissioni. 
Deng sostituì Hu con Zhao, che fino ad allora era stato il primo ministro impegnato a realizzare le riforme economiche. Divenuto segretario generale, Zhao fece sapere che intendeva proseguire il corso delle riforme economiche. Sostanzialmente neutralizzò la Campagna contro la liberalizzazione del 1987 e abolì alcune istituzioni che erano considerate la base del potere degli elementi di sinistra. Inoltre inaugurò l’uso dell’espressione “fase iniziale del socialismo” per esentare sostanzialmente la Cina dal socialismo per il presente e il futuro prevedibile e creare la giustificazione teorica ai programmi di riforma. Ciò diede un grande impulso alla trasformazione della nazione nel senso del libero mercato. 
Zhao, come Hu, fu diverso da Deng Xiaoping anche sulla questione di quanto il Partito dovesse essere intransigente nella repressione dei dissenzienti. Ancor prima di diventare segretario generale, Zhao scrisse una lettera a Deng invitandolo a «istituire un nuovo sistema di leadership non più rinviabile», insinuando che c’era un problema col sistema autocratico esistente.
Deng ricevette la lettera ma non recepì il messaggio. Lui stesso aveva in precedenza parlato del bisogno di “riforma politica”, ma questo avveniva quando il suo rivale di partito Hua Guofeng aveva accumulato troppo potere. Quando lui ne prese il posto al vertice del sistema, questi discorsi non si udirono più. In ogni caso l’idea di “riforma politica” di Deng implicava solo riforme amministrative per snellire la burocrazia del Partito, allo scopo di renderlo più forte e non certo al fine di ridimensionare il suo dominio. A quel tempo Zhao accettò il ruolo di leader supremo di fatto di Deng, perché ciò lo aiutava a tenere fuori dai giochi altri anziani leader con posizioni ancora più sinistrorse che volevano bloccare le riforme economiche. Zhao tentò anche di persuadere Deng a restare nel Comitato permanente del Politburo (l’istanza decisionale suprema) quando Deng ipotizzò di dimettersi. Così, quando Deng impose chiari limiti al pacchetto di riforme politiche di Zhao, pronunciando la famosa frase «Facciamo in modo che non esista la minima traccia di una separazione tripartita dei poteri!», Zhao non ebbe altra scelta che sottomettersi. 
Pur conservando la posizione di comando di Deng, il pacchetto di riforme politiche di Zhao proponeva la “separazione dei poteri fra Partito e Stato”. 

Obiettivo democrazia parlamentare 
Pur credendo ancora nel ruolo guida del Partito, Zhao comprese che esso doveva «cambiare il modo in cui governava». Le sue proposte di riforma politica furono approvate dal 13esimo Congresso del Partito, ma incontrarono poi la decisa resistenza dei dirigenti di partito a tutti i livelli. Diversamente dalle riforme economiche, che produssero benefici per coloro che detenevano il potere, la riforma politica implicava che essi rinunciassero al potere, ed essi erano assolutamente riluttanti a farlo. 
Con lo scoppio delle dimostrazioni studentesche nel 1989, Zhao improvvisamente non ebbe più tempo a disposizione. Dopo i suoi tentativi di ridurre la tensione ed evitare un bagno di sangue, Deng mandò l’esercito e i carri armati in piazza Tienanmen. Zhao rifiutò di prendere parte alla repressione. Per questo fu allontanato dalla carica di segretario generale del Partito e trascorse i rimanenti sedici anni della sua vita agli arresti domiciliari, mentre il Partito cercava di cancellarlo dalla sua storia. Nelle sue registrazioni segrete Zhao dimostra di non avere mai abiurato la sua convinzione nella necessità di una riforma politica. In realtà egli si spinge ancora più avanti: «Date le attuali condizioni in Cina, dobbiamo stabilire che il termine finale della riforma politica è la realizzazione di questo avanzato sistema politico, la democrazia parlamentare. Se non ci muoviamo verso questo obiettivo, sarà impossibile risolvere le condizioni anormali dell’economia di mercato in Cina: temi come gli squilibri del mercato, l’approfittarsi del potere, la corruzione sociale rampante e il crescente gap fra i ricchi e i poveri. Né mai prenderà corpo il potere della legge. Per risolvere questi problemi, dobbiamo concretamente condurre una riforma politica che abbia ciò come suo scopo».
 L’ex segretario generale indica una strada mai intrapresa prima e un possibile percorso che ponga fine al regime autoritario. Dopo sessant’anni che governa ininterrottamente la Cina, è una strada che il Partito non sembra ancora disposto a imboccare.

* Chi è Bao Pu
Bao Pu è il figlio di Bao Tong, ex direttore dell’ufficio per le riforme politiche del Partito comunista cinese e soprattutto segretario personale di Zhao Ziyang, segretario generale del Partito al tempo degli avvenimenti di piazza Tienanmen (1989). Zhao, che era contrario alla repressione violenta delle proteste e intendeva venire incontro alle richieste degli studenti, fu costretto alle dimissioni e posto agli arresti domiciliari fino alla morte, avvenuta nel 2005. I due Bao sono venuti in possesso di cassette registrate da Zhao durante la prigionia e le hanno trasformate in un libro, Prisoner of the State, apparso quest’anno a Hong Kong in duplice edizione, cinese e inglese. Un testo che rappresenta in qualche modo una contro-storia del regime di Pechino rispetto alla versione ufficiale del Partito, e che merita particolare considerazione essendo il prodotto di uomini che da sempre hanno operato all’interno e per conto del Partito stesso. In occasione del sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese (1 ottobre) Bau Pu ha scritto per il mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere, Mondo e missione, l’articolo che pubblichiamo in queste pagine, il cui valore sta anche nel fatto che i due Bao vivono tuttora in Cina: il primo a Hong Kong, il secondo a Pechino.

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