di Marina Corradi
Tempi, 9 giugno 2009
Il fatto che un aereo di ultima generazione di una delle più grandi compagnie europee, quattro potentissimi motori, tre computer di bordo, insomma un transatlantico dei cieli, ecco il fatto che il volo AF447 da Rio a Parigi sia precipitato, ha gettato non pochi occidentali in una inconfessata inquietudine. Dunque anche uno di quei pachidermi d’acciaio, di giganti su cui traversiamo l’oceano dormendo tranquillamente, può cadere. Già questo disturba, è una variabile impazzita nella nostra fede in congegni intelligenti, pressoché autosufficienti, cui docilmente ci affidiamo. Quasi una ferita in un dogma. Creiamo macchine perfette. Tuttavia, talvolta qualcosa in questa perfezione si incrina.
L’altro fattore che, nella sciagura, ha turbato molti di noi – sui siti dei giornali le notizie sull’Airbus cliccate migliaia di volte – è il destino di quei 228. Di manager, eredi al trono, bambini e novelli sposi, misteriosamente legati in un unico nodo, e presi assieme. Le Monde ha cercato di ricostruire le vicende che li avevano condotti a imbarcarsi, la sera del 31 maggio, destinazione Parigi. C’è la storia del ragazzino brasiliano che tornava nel suo esclusivo collegio inglese, e dei migliori venditori di una società francese, vincitori di una vacanza. I primi dieci classificati. Anzi no, uno aveva rinunciato; al suo posto era partita la undicesima, una ragazza. E i due sposi brasiliani diretti in viaggio di nozze in Italia?
Il giornalista racconta, sulla soglia di quelle 228 vite scelte e troncate. E viene in mente un vecchio romanzo di Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey. Il ponte di San Luis, in Perù, sulla strada fra Lima e Cuzco, il 20 luglio 1714 a mezzogiorno precipitò nel vuoto trascinandovi cinque viaggiatori. Poiché era un ponte famoso e antico, i peruviani presero a interrogarsi, stupefatti. Chi era passato il giorno prima, chi doveva passare il giorno dopo: tutti a domandarsi quale disegno aveva scelto le vittime. Ci fu, narra il romanzo, un tale frate Ginepro, che indagò approfonditamente nelle vite dei cinque morti: intendeva dimostrare scientificamente come fosse ricostruibile un divino disegno, che con un senso umanamente afferrabile aveva condotto proprio loro sul ponte, quel mattino. Il frate raccolse un tomo gigantesco di materiale, ma alla fine sia il tomo che lui stesso vennero bruciati in piazza come eretici. A parte questo, le accurate indagini non riuscirono a trovare, nelle vite delle vittime, quel filo logico che doveva spiegarne la medesima contemporanea fine.
È quasi la stessa tentazione di Le Monde, e in fondo la nostra, davanti a morti improvvise e apparentemente assurde: capire, districare i fili incrociati dei destini. Il lattante, l’ereditiera e, chissà, il trafficante d’armi, perché insieme? Ci deve essere pure una logica. Ma più investighi, come quel frate, meno capisci. Anime sante e anime coriacee, colte assieme, sul volo AF447 come su quel ponte. L’attonita domanda nostra rimbalza contro il mistero inviolabile dell’umano destino. Ci offende l’idea di un caso, ma pretendiamo allora di poter riconoscere un disegno. Che però è tracciato inesorabilmente da un Altro; per vie che non sono le nostre vie; per pensieri, sempre altri dai nostri.
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