mercoledì 6 maggio 2009

monachesimo

A colloquio con il filosofo Massimo Cacciari: il significato di un antico modello di vita, il suo valore per la società d´oggi
di Claudio Altarocca, La Stampa
5 Gennaio 2002


Che cos'ha da dire oggi la figura del monaco? E che cosa ci suggeriscono le regole che da millenni ne guidano la vita nei conventi? Il monaco Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose (a Magnano, Biella), risponde che le regole non sono soltanto "un pressante richiamo per tutti i cristiani", ma anche "un grande segno di speranza per tutti gli uomini". Lo dice nell'introduzione alle Regole monastiche d´Occidente, un volume che ha curato nella collana einaudiana dei Millenni. Bianchi vi pubblica "la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche dell´Occidente latino dei secoli IV-VII", e poi, in appendice, le norme francescane e del Carmelo, durate tutte fino ai nostri giorni; e interpreta il monaco e la comunità monastica all'insegna della libertà e dell'apertura, sia all'interno delle mura conventuali sia soprattutto verso il mondo esterno. In realtà non ci sono mura. I conventi non sono isole. Tutt'altro. I monaci vivono "in compagnia degli uomini". Le stesse regole, per Bianchi, hanno ben poco di dogmatico, di autoritario: nella loro sostanza sono piuttosto tracce per un buon comportamento, appelli a un proficuo lavoro individuale e sociale. Del monaco e della comunità monastica, del loro significato odierno, abbiamo parlato con il filosofo Massimo Cacciari.

Per Enzo Bianchi, il tema della comunità è "al centro del dibattito filosofico e sociologico mondiale", è di "cogente attualità". Lei è d'accordo?

"Ogni contesto comunitario sembra oggi irreversibilmente lacerato, superato, negato, tutti sembriamo abitati da un universo unico, parlati da un linguaggio unico: per questo la riscoperta del valore della vita comunitaria, al centro della vita monastica, è straordinariamente importante. È l'idea di una vita comune dedicata all'amicizia, sulla base di un medesimo destino assai più che sulla base di una comune origine, di appartenenze identitarie".

In che modo possono parlarci le regole dei vari ordini monastici?

"L'attualità del monachesimo è la sua perfetta inattualità. La persona intelligentemente curiosa può leggere il libro di Bianchi per scoprire proprio che c'è un altro mondo, che il mondo in cui viviamo non è l'unico mondo, tantomeno il migliore di quelli possibili. Inutile cercare banali attualizzazioni".

Passiamo allora a un altro punto: qual è per lei il valore storico del monachesimo?

"Non si capisce nulla dell'Europa senza il contributo dei grandi ordini monastici, a partire da Benedetto. Tra VI e IX secolo, in un'Europa vicina allo sfascio, assalita dalla marea islamica a Sud e divisa e inordinata a Nord, in un mondo in cui tutti i contesti urbani e comunitari appaiono spezzati, è decisiva la presenza, anche simbolica, di queste comunità monastiche, di questo vivere associato, ordinato, regolato. Regolato: ecco, la regola è la grande invenzione occidentale, essa vale dappertutto, ha quindi un grande valore di unificazione culturale, sociale, linguistica, politica. Un "esercito" sterminato di monaci che vivono in philía, in amicizia, sparsi in tutta Europa, costruiscono monasteri, chiese, ospizi, ospedali... Altro che la globalizzazione di adesso! In Oriente, invece, non ci sono ordini, non ci sono regole: ogni monastero è sostanzialmente autonomo. Ma tutte le regole hanno questo significato teologico: come l'uomo ha peccato per inubbidienza, perché non ha saputo ascoltare (obbedienza viene da ob-audire), così il riscatto verrà da una corretta capacità di obbedire, di ascoltare: ascoltare la Parola, i fratelli, gli altri... Non ci sarebbe l'Europa, senza il monachesimo".

Tutto questo è soltanto memoria storica?

"Un ruolo da gigante, nella memoria dell'Europa che stiamo cercando di costruire, lo deve svolgere proprio questo problema della nascita e della diffusione del monachesimo, che ha operato una vera e propria conquista grazie alla forza simbolica dello sforzo di imitazione di Cristo. Una conquista politico-culturale del mondo grazie alla rinuncia ad esso. Sono convinto che se l'Europa vuole avere oggi un grande ruolo politico nel mondo, deve presentarsi come quella forza culturale e spirituale che rinuncia a ogni idea di conquista. L'ho scritto nei miei libri, nell´Arcipelago, in Geo-filosofia dell'Europa".

Che cosa l'affascina nella figura del monaco?

"Il suo non essere mai catturato dal mondo, cioè la sua ascesi, senza tuttavia essere mai separato dal mondo. Quella del monaco è un'ascesi associata, agonistica, in continuo confronto e lotta con il disordine del mondo, che vuole trasformare. Il monaco ha impeto missionario, evangelizzante, vive una tensione drammatica con il mondo. L'immagine corrente del monaco come di uno che fugge dalla società è aberrante, ci viene dalla feroce polemica dei protestanti e degli illuministi. Lo straordinario dell'esperienza monastica è invece separarsi sì da tutto e seguire Cristo, ma proprio perché imiti Cristo non ti separi da nulla, ma anzi coltivi, lavori il tuo campo, lo rendi fruttifero. Ora, l´attuale cultura appare totalmente asservita al mondo. Ma chi è servo, potrà mai "conquistare"? I monaci che ricusarono il mondo hanno fatto l'Europa, noi che abbiamo accettato, che ci siamo fatti semplicemente mondo, servi della tecnica e dell'economia, saremo mai capaci di creare una nuova comunità mondana? Sono convinto che chi non ha la forza interiore di distaccarsi, non di separarsi, chi dipende e basta dalle cose del mondo, mai potrà "dominarlo". Il monaco è questo paradosso: il suo nome significa solitario, ma egli vive insieme, anche nei momenti di estrema anacoresi. Ciò significa che, per essere veramente insieme, occorre essere capaci di entrare nella propria verità, di pervenire al proprio "fondo". In altri termini, soltanto chi è capace di essere solo, potrà costruire comunità. Oggi, se uno sta solo cinque minuti, accende la tv, sta con i mezzibusti".

Le comunità monastiche non erano chiuse, arroccate, ma aperte, ospitali. Un valore attuale.

"Sappiamo oggi cosa significhi ospitalità? Essere comunità vuol dire accogliere, altrimenti si sarà "immuni" e non "comuni". Oggi assistiamo al trionfo dell'immunità: vogliamo difenderci, non vogliamo che l'altro ci "infetti". La risposta monastica alla vita del mondo è insomma nel fare: l'esser monaco non è uno status, il monaco non sta in una torre d'avorio, come è capitato e spesso capita a qualche intellettuale, ma agisce, lavora, si confronta, accoglie, persuade, conquista".

Come interpreta i voti di castità, povertà, ubbidienza?

"Castità significa essenzialmente rinuncia a ogni affermazione prevaricante del proprio io. La povertà non è odio verso il denaro (tantomeno compiacenza per la sua idolatria, religione oggi universalmente dominante), ma capacità di donarsi, di condividere. E l'obbedienza, come ho detto, è ascolto, cioè umiltà e ritorno in se stessi".

Professor Cacciari, è possibile che i valori sociali di una comunità monastica siano oggi propri anche di una comunità laica?

"Non lo so. So soltanto che se dimentichiamo la dimensione del monachós, se la mia vita si risolve in egoismo o mera "confusione" con la massa degli altri, non nascerà mai una comunità. Questa infatti presuppone dei distinti, persone che cerchino di conoscere se stesse. La vera domanda è un´altra: se sia possibile una comunità senza Grazia, senza fede (ma la fede è Grazia, è dono). Non saprei risponderle. Ma il problema essenziale è capire chi sia il monaco, è porsi le domande in modo corretto".

La comunità monastica, in definitiva, ci insegnerà qualcosa?

"Non sono un profeta. Dico semplicemente che per porsi correttamente il problema dell'Europa, bisogna porsi correttamente il problema della spiritualità monastica".

Professor Cacciari, che cos'è per lei il Vangelo?

"La lettura più straordinaria che si possa fare. E la più dura. Non conosco una parola di amore più aspra di quella. Qualcosa di inaudito, ma proprio di straordinariamente "durus": chiama a essere "perfetti" come il Padre celeste. Il monaco avanza la inaudita pretesa di mostrare già in questo mondo come sia possibile corrispondere a una tale chiamata. Perciò la grande tentazione che il monaco subisce è quella di superbia".

Lei è credente?

"No, non sono credente. Ma in un senso preciso, che credo sia anche l´unico corretto. Per un cristiano credere dovrebbe significare credere che quest´uomo Gesù sia il Cristo, non solo il Cristo atteso dai Giudei, ma il Figlio di Dio, Dio egli stesso. È questo il contenuto della fede. E questo io non credo. Ma ciò nulla toglie all'esigenza di "venire ai ferri corti" con questa tradizione, e comprendere come neppure sia concepibile Europa fuori di essa. È oggi possibile vivere un cristianesimo senza salvezza, come ricorda il filosofo Enzo Vitiello? Non so. Certo, per San Paolo, saremo giustificati solo per fede. È possibile vivere cristianamente senza speranza di essere salvati? Ecco una buona domanda".

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