Andrea Monda, Il Foglio
30 novembre 2008
Al direttore - Avevo deciso di non parlarne, del caso Englaro dico. Troppo dolore, e il dolore è la cosa più sacra che esiste, non manipolabile e altamente infiammabile. Quindi avevo deciso di parlarne poco, anche in classe dove i miei studenti invece erano molto vivaci sull'argomento: nell’ora di religione, come è noto, si finisce spesso a parlare di questioni di bioetica. Ma, come scriveva Lewis. non si può mai stare tranquilli, né "si può andare troppo per il sottile nelle letture. Ci sono trabocchetti sparsi dappertutto" (lo scrittore inglese si riferiva al rischio continuo che corre un ateo nei tentativo di conservarsi tale). E ci sono cascato dentro, al trabocchetto, questa volta firmato Cormac MacCarthy. Mi sono messo in testa infatti di far leggere ai ragazzi di una terza liceo classico, ad alta voce e in classe, l'ultimo testo dell'anziano scrittore texano, Sunset Limited e il risultato è stato sorprendente, anche oltre le aspettative: probabilmente in primavera i ragazzi metteranno in scena questo romanzo scritto sotto forma di pièce teatrale che ha disorientato non poco e non pochi lettori, anche i fedelissimi di MacCarthy. E' un testo infatti molto esplicito, crudo e diretto dove il tema della fede non è nascosto tra le righe della storia ma sbattuto in faccia al lettore che diventa sin dalle prime battute l'arbitro dì un incontro di boxe tra il Nero e il Bianco, i due anonimi protagonisti che si scontrano senza esclusioni di colpi sul ring delle 120 paginette del libro. E a pagina 45 scatta il trabocchetto, quando il Bianco, il professore di Manhattan di mezz'età autore di un tentato suicidio da cui è stato salvato proprio dal Nero, afferma che la felicità ''è contraria alla condizione umana" perché "la sofferenza e il destino umano sono la stessa cosa''. Il Nero subito gli risponde: "Qui non stiamo parlando di sofferenza. Parliamo di felicità". Bianco: "Beh, non si può essere felici se si soffre". Nero: "Perché no?".
Ecco qua, perfetto. In tre parole MacCarthy inchioda davanti al lettore la questione, spalancandola. E la disputa passa dal libro alla classe e dopo pochi minuti si arriva a parlare del caso Englaro. Ha senso vivere nella sofferenza? Il dolore è vita o è non-vita? Senso o non-senso? Solo un cadavere non soffre, dice qualcuno; ma una vita di dolore è un calvario crudele e insensato. Ci si aggrappa al testo, che offre nella sua essenzialità, forti appigli, anche perchè è evidente lo scontro tra due visioni del mondo e della vita contrapposte: una "simbolica", quella del Nero che tiene unite le cose e una "diabolica", quella del Bianco che separa ogni cosa con il lucido bisturi del suo nichilisino. Per il Bianco non c'è spazio per l'et et ma solo per l'aut aut: o si soffre o si e felici, tertium non datur. La sua "incapacità simbolica" emerge sin dalle prime battute: a pagina 4 il Bianco afferma, sempre categoricamente: "Niente di quello che succede significa qualcos'altro". All'apoditticità del Bianco il Nero sembra rispondere sollevando dubbi, perplessità (Perché no?), al che uno pensa che i ruoli del laico e del dogmatico si siano rovesciati, ma il testo di McCarthy non si ferma qui: qualche pagina dopo il Nero incalza e spiega che i suoi non sono dubbi: "Non sono uno che dubita, però sono uno che fa domande". "E che differenza c'è?". "Beh, secondo me chi fa domande vuole la verità. Mentre chi dubita vuole sentirsi dire che verità non esiste". Però, quanta roba c'è in questi dialoghi così scarni …uno pensa a tutta la filosofia, da Socrate fino Popper, o di nuovo a Lewis ("Vi era un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte, ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora").
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