venerdì 21 novembre 2008

la verità su Facebook

Voci fuori dal coro
Fulvio Abbate, www.ilfoglio.it
19 novembre 2008

Parlare di Facebook è ormai un fatto d’obbligo. Proveremo allora a farlo anche qui, cercando in ogni modo di evitare il bacio alla pantofola del luogo comune. L’altra sera sono stato a cena da un’amica, Francesca, la stessa persona di cui ho ampiamente narrato su queste pagine a proposito della sua nudità carpita da un diportista aeronautico dall’alto cielo del quartiere romano dei Parioli, un invito preceduto da una dichiarazione di quelle che fanno montare l’autostima, il narcisismo, l’amor proprio fino al punto di predisporti all’erezione: “Sappi, caro, che ci saranno alcune ragazze che muoiono dalla voglia di conoscerti, vedrai, vedrai…”.
Ho visto, ho visto: le ragazze, eccome se c’erano, belle e quarantenni, bei profili rubati ad antiche, direbbe Dino Campana nei “Canti orfici”, monete siracusane assediate da straordinari capelli come neppure Florinda Bolkan nei mesi di “Anonimo veneziano”, materiale antropologico e umano d’assoluto interesse, desiderabili, desiderabilissime, smerigliate, oro. Solo che non mi hanno filato, anzi, inculato di pezza, nulla, invisibile, trasparente, meno di zero, giusto un mezzo sguardo, un “ah, sì”, al momento delle presentazioni. Ci sono rimasto molto male, e non escludo di trascinare in tribunale Francesca. L’accusa? Mancata promessa di matrimonio, e poco importa se lo sono già. Ora, io non escludo che le dee che avrebbero dovuto premiarmi con la loro considerazione possano avermi visto come uno zampirone, non lo escludo neppure un po’, tuttavia resta la delusione, di un genere che ti riporta all’alba chiara dell’adolescenza, e assieme alla delusione riecco il fantasma di Facebook, meglio, un suo antenato, ovvero la parete rischiarata al ducotone del cesso dei maschi della scuola media statale “Antonino Pecoraro”, a Palermo, addirittura durante l’intero anno scolastico 1968-1969.
Successe infatti che una mattina, proprio come nella poesia di Brecht che narra del muro di una cella di San Vittore durante il fascismo, vedemmo affiorare una scritta apologetica, arcana, assoluta, testuale: “Suca il cazzo di M.”. Il sopralluogo del preside scortato da uno dei suoi segretari, giunti lì per constatare la straordinarietà della cosa, certificò ancora di più l’estrema considerazione che talune e forse perfino taluni provavano nei confronti del membro citato. Sta di fatto che, forse a mo’ di monito, i bidelli impiegarono un po’ di tempo prima di cancellarla, tuttavia dovettero presto accorgersi che si era trattato di un lavoro inutile, perché infatti la scritta riapparve nello stesso punto poche ore dopo, seguita da una serie di commenti in fila, proprio come avviene adesso su Facebook. In poche ore, sia pure nell’avvincente furtivo buio dell’anonimato, il muro del nostro caro cesso seppe trasformarsi in opera collettiva, in dialogo neoplatonico, in miscellanea di desideri, in cahiers de doléances, in bacheca da bocciofila, in treno dei desideri, in specchio delle mie brame, in lista della spesa, in diario intimo, in tribuna per tribuni del popolo, in Cappella Sistina, in Cappella Palatina, in grotta di Altamira, in grotta di Lascaux, in “Diario Vitt”, in “Diario Linus”, (oggi diremmo in “Smemoranda”), in Altare della Patria, in agenzia prematrimoniale, in agenzia matrimoniale, in Muro del Pianto, in muro di Berlino, in muretto di Alassio, in parapetto del lungolago di Dongo, in ufficio di collocamento, in assemblea di condominio, in astanteria di centro traumatologico, ovvero Cto, in ossario di Redipuglia, in sacello del Milite Ignoto, in post-it volante, in libro nero, in libro bianco, in libretto di manutenzione, in shampoo e lozione, in filo di frizione, in lavanda vaginale, in Iliade, in Odissea, in Eneide, in “Ifigenia in Aulide”, in “Ifigonia in Culide”, in Gazzetta ufficiale, in lettera anonima, in pizzino… Non per nulla, fra i milioni di gruppi che proliferano all’interno del nostro social network, ce n’è uno, molto esemplare, perfetto per la nostra tesi, che fin dal titolo porta la seguente ragione appunto sociale “Perché diciamo la verità: Facebook serve per farsi i cazzi degli altri!”.

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