domenica 1 febbraio 2009

Shemà

Queste parole saranno nel tuo cuore e le ripeterai ai tuoi figli
da Shemà, di Elia Kopciowski
Effatà Editrice


Lo Shemà non è una preghiera, per lo meno nel senso in cui comunemente tale parola è intesa: è la professione di fede che accompagna l'ebreo dalla sua più tenera età fino al momento in cui esala l'ultimo respiro.
Due volte al giorno l'ebreo recita: Shemà, "Ascolta!" Si è portati immediatamente a pensare che quell'"Ascolta!" sia l'invocazione dell'anima dell'ebreo che si rivolge al suo Dio per chiedergli l'ascolto, l'attenzione; per implorarlo che siano esaudite le sue suppliche, le sue preghiere.
Ma non è così!
"Ascolta" è, infatti, solo l'inizio della frase:"Ascolta Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno."
E' un ordine perentorio, un monito, un'invocazione che Dio stesso rivolge alla collettività del popolo ebraico.
In un concetto assolutamente rivoluzionario, e non solo per l'epoca in cui è stato concepito e trasmesso, l'ebreo ripete perciò ogni giorno, due volte al giorno, con devozione, con concentrata attenzione, l'appello divino al popolo a cui appartiene perché sia sempre presente in lui la fede in Dio e l'obbedienza che deve agli ordini che Dio stesso, per bocca di Mosè, attraverso il dono della Torah, gli ha rivolto per indurlo all'ascolto, alla riflessione, allo studio, all'apprendimento di un nuovo modo tanto di concepire la vita, quanto di rivolgersi a Dio e di pregarlo!
e' un appello che allo stesso tempo lo impegna a mantenere di generazione in generazione questa fede, sia attraverso il chiaro precetto "e insegnerai queste parole che io ti comando oggi ai tuoi figli", sia attraverso quei segni esteriori che lo accompagneranno in ogni momento e in ogni luogo: segni costituiti dai tefillin, "filatteri" ("e le legherai come segno sulla tua mano"), dalla mezuzah da appendere ("e le scriverai sugli stipiti delle porte della tua casa e della tua città"), prescritti nei primi due brani dello Shemà, e dal tallet ("e i figli d'Israele si facciano delle frange agli angoli dei loro abiti"), prescritto nel terzo.
Questi segni impegnano l'ebreo e i membri della sua famiglia a tenere sempre presene quale sia la missione affidata loro come discendenti di Abramo, il padre dei credenti, a cui fu detto: "E sii di benedizione per tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).
L'uomo infatti può facilmente dimenticare, ma i segni esteriori sono pronti a richiamarlo in ogni momento della giornata ad adempiere al compito assegnatogli.
A conferma di questo concetto è importante tener presente che la prima e l'ultima parola del primo versetto (Dt 6,4) rispettivamente Shemà (ascolta), ed 'echad (Uno) terminano l'una con la lettera 'ayin e l'altra con la lettera dalet, scritte entrambe in caratteri più grandi delle altre: queste due lettere congiunte assieme formano la parola 'ed, "testimone"; ciò serve a ricordare all'ebreo il suo continuo impegno di testimoniare fra i popoli l'esistenza, l'eternità, la rivelazione di Dio.
Quello della lettura dello Shemà è quindi un momento di fondamentale importanza per la vita di ogni ebreo e, come dicono i nostri Maestri, sia per il suo contenuto, sia per la carica innovativa delle sue affermazioni, costituisce, insieme al Decalogo, la lettura più significativa di tutta la Torah.
Nello Shemà sono riassunti tutti i principi fondamentali del giudaismo.

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